Moscato d’Asti DOCG

Dolce, ma non stucchevole. Leggermente frizzante. Fresco e dal caratteristico sapore di uva appena raccolta. Una bassa gradazione alcolica e una beva eccezionale, vellutata e avvolgente, buona per i pomeriggi d’estate, gli aperitivi in terrazza, le serate in compagnia.

Altrettanto piacevole come fine pasto, pronto ad accompagnare i grandi dolci della tradizione, la frutta e il panettone. Soprattutto, figlio autentico della sua terra, di cui porta nel bicchiere il sole e le sfumature del terroir.

C’è qualcosa che il Moscato d’Asti non sa fare?

Senza dubbio, è il vino più pop del Piemonte, il più versatile, un «four season» di piacevolezza e identità territoriale.

Lo hanno capito all’estero, dove, negli ultimi anni, il consumo è letteralmente esploso. Una «Moscatomania» che ha spinto i volumi alle stelle e si è impadronita dell’immaginario collettivo giungendo a colonizzare i versi di rapper come Kanye West, Drake e Lil’ Kim: versione più comprensibile dei Dom Pérignon che innaffiano le auto di lusso, Champagne “intimo” per i tempi di crisi.

In casa nostra, purtroppo, nemo propheta in patria. Il Moscato d’Asti è schiacciato da una retorica d’occasione, che lo vuole ancella dei vini da tavola, vezzo zuccherino delle feste natalizie, la bottiglia della zia nubile rimasta sugli scaffali della cantinetta dopo che, lei stessa, si è dilettata con quelle buone.

Eppure il Moscato è tutt’altro che semplice

È forse il più serio dei vini dolci italiani, una tipologia con un immenso spettro di sfumature che i bevitori più attenti stanno lentamente scoprendo.

Non solo esistono tre sottozone del Moscato d’Asti (sconosciute ai più e comunicate ancor peggio):

  • Canelli
  • Strevi
  • Santa Vittoria d’Alba

e una tipologia passito di Moscato d’Asti chiamata «Vendemmia Tardiva». Ma sono sorprendenti le interpretazioni che i produttori più attenti stanno consegnando al mercato.

Versioni d’autore che ne sottolineano la vocazione al single vineyard, alla lettura dei terreni dove viene messo a dimora, alle personalità che è in grado di assumere secondo le scelte di cantina.

Soprattutto, versioni che restituiscono nel bicchiere l’estrema sensibilità del Moscato d’Asti alla qualità del lavoro fatto in vigna, alla selezione dei mosti e al rispetto per la sua naturale espressività, che deve restare il più possibile lontano dall’industrializzazione e dalla chimica.

La fortuna del Moscato d’Asti resta tuttavia la sua godibilità. Qualunque interpretazione vi capiterà a portata di bicchiere – fatto salvo il rispetto per il vitigno e la salubrità della bevanda – sarà per voi una piacevole scoperta.

Il vino di più facile beva che abbiate mai incontrato: fresco, intenso, dolce, mai banale.

Vitigni

Moscato bianco 100%

Denominazione

DOCG

Colore

Bianco

Tipo

Frizzante

Alcohol min.

4,5 - 6,5 % vol

Varianti

Passito

Stabilito nel

DOC 1967
DOCG 1993
Moscato bianco grappolo

La storia del Moscato d’Asti DOCG

Pop da oltre duemila anni

Antichissima è l’origine dei vitigni da cui si ottenevano vini dolci e aromatici, simili al Moscato d’Asti. Si crede che vennero importati dalla Grecia all’Italia, dove pare fossero già coltivati a partire dal III secolo avanti Cristo.

Gli ampelografi ritengono che gli attuali vitigni siano i diretti discendenti delle uve apiane, così chiamate da Plinio e Columella perché predilette dagli insetti a causa della loro dolcezza. Fu proprio Lucio Giunio Columella a distinguere le prime sottovarietà di uve apiane, una delle quali, a foglie glabre, sembrerebbe corrispondere al nostro moscato bianco.

Esistono infatti molte varietà di uve moscato coltivate in altrettante regioni d’Italia. Ma il moscato bianco è quella che, sulle colline del Piemonte meridionale, ha regalato i risultati migliori, tanto da essere riconosciuta con il toponimo «di Canelli», cittadina attorno alla quale si registrano tutt’ora le maggiori estensioni vitate.

Amato dai Romani per la sua dolcezza, il Moscato viene più volte citato nei trattati medioevali. È in quest’epoca che prende il nome di muscatellus, da muscum, ovvero «muschio», rimando diretto al «sensibilissimo aroma, come di muschio» che caratterizza la sua delicata fragranza.

Le prime tracce certe della coltivazione in Piemonte risalgono al XIV secolo e si collocano proprio nel territorio di Canelli. Qui sorgeva un Consortile, ovvero un gruppo di famiglie feudali che amministrava le proprietà terriere. Nel Codex Astensis, alcune di queste famiglie venivano chiamate Muscati, secondo l’usanza dell’epoca ad attribuire il cognome dai vitigni di pertinenza.

Che il Moscato bianco di Canelli acquistasse prestigio, lo si capisce dai documenti di epoca rinascimentale.

Nel 1593 il Magistrato di Casale richiedeva «barbatelle di Moscatello» destinate al duca di Mantova direttamente da Santo Stefano Belbo, città nei pressi di Canelli ancora oggi celebre per la produzione di Moscato d’Asti.

Nel ‘600 infine, si moltiplicano le citazioni, e non è raro trovare il Moscato piemontese accompagnato da attributi come «finissimo» e «delicatissimo».

È però merito di un gioielliere se oggi il Moscato d’Asti ha assunto la forma che conosciamo. Giovanni Battista Croce, al servizio del Duca di Savoia Carlo Emanuele I nei primi anni del XVII secolo, oltre alla professione di orefice era «eccellentissimo nell’agricoltura».

A lui si deve la prima sistemazione e codificazione scientifica del complesso processo di vinificazione del Moscato d’Asti che, assai apprezzato alle corti nobiliari dell’epoca, è rimasto immutato fino all’avvento della tecnologia contemporanea.

Moscato d’Asti DOCG: Terroir

Il «moscato bianco» o «moscato bianco di Canelli» è il secondo vitigno più coltivato in Piemonte dopo il barbera e occupa oltre il 20% dell’intera superficie vitata.

La zona a più alta vocazione resta però quella delle colline del Piemonte meridionale comprese tra le provincie di Asti, Cuneo ed Alessandria, le uniche in cui si può produrre il Moscato d’Asti DOCG.

Il disciplinare ammette 51 comuni per un totale di 9.700 ettari che, grossomodo, possono essere compresi tra il Tanaro e le valli solcate dai torrenti del Belbo e del Bormida. Sono più di 4.000 le aziende agricole che si dedicano alla produzione di uve adatte alla produzione di Moscato d’Asti per una produzione annua che sfiora i 40 milioni di bottiglie.

Il vasto comprensorio del Moscato d’Asti è caratterizzato da un’enorme varietà di paesaggi. I colli dell’Astigiano e del Monferrato alessandrino sono tondeggianti, morbidi e sinuosi. I crinali delle Langhe, al contrario, si innalzano ripidi e scoscesi, dando origine a spettacolari vigneti verticali dove la viticoltura è detta «eroica» per l’enorme fatica che comporta.

Lungo le valli del Belbo e del Bormida, in particolare, i vigneti si inerpicano su dorsali di vertiginosa bellezza, sostenuti da chilometri di muretti di pietra a secco, mastodontica opera della fatica umana che l’Unesco ha riconosciuto come patrimonio immateriale dell’Umanità.

I suoli del Moscato d’Asti, pur nella differenza, rappresentano una buona uniformità. Sono terreni di antica origine marina, caratterizzati da marne argillose ricche di sabbie e calcare, base geologica perfetta per l’espressione aromatica di questa varietà.

Se la parte sabbiosa è più marcata nell’Astigiano, la Valle del Belbo, al confine tra Langhe e Monferrato presenta terreni costituiti da depositi di conglomerati calcarei e marne biancastre calcaree. Caratteristica che, in superficie, si presenta nell’aspetto della «calcina» descritta dallo scrittore Cesare Pavese: una polvere bianca e finissima che durante il giorno si arroventa e di notte brilla sotto la luna, sollevandosi in piccole nubi a ogni passo.

Le matrici geologiche con diversa composizione (terreni a prevalenza calcarea, argillosa o sabbiosa), il microclima, le pendenze e l’esposizione al sole donano al Moscato d’Asti caratteristiche uniche, che ne esaltano aromaticità e finezza, mantenendo pur sempre una base di eleganza e freschezza ben distinguibile.

Altitudine preferita

Minimo 165 metri s.l.m.

Terreno preferito

Marne argillose ricche di sabbie e calcare, conglomerati calcarei e marne biancastre calcaree

Cru / MGA

Città di produzione

Moscato d’Asti DOCG: Vitigni

Il Moscato d’Asti DOCG è un vino monovarietale, e di conseguenza può essere prodotto esclusivamente da uve Moscato

Ha una buona vigoria vegetativa e predilige i terreni marnosi ricchi di calcare, inframmezzati da banchi sabbiosi o arenarie. Assai esposto alle infezioni crittogame, giunge a maturazione verso la metà di settembre. Il grappolo è mediamente compatto, di forma cilindrico-conica. L’acino è rotondo, di colore oro che può diventare ambrato nella parte esposta al sole. Testo tratto da... puoi scoprire di più sul Moscato qui.

Moscato d’Asti DOCG: Caratteristiche

A tutto pasto, a ogni ora

Vi sembrerà un’eresia, ma il Moscato d’Asti, specie all’estero, viene considerato al pari di uno spumante. Lo servono con il prosciutto crudo, con le ostriche e con i formaggi stagionati. Ovviamente, anche con i dolci.

Il Moscato d’Asti è pur sempre un vino con una buona acidità e una dolcezza non eccessiva, che con il giusto abbinamento può dare enormi soddisfazioni. Soprattutto, può essere bevuto da solo, meditando sull’incredibile profondità delle sue sfumature aromatiche, il cui spettro va dai fiori bianchi al miele, dall’uva matura alla salvia, fino a delicate note agrumate.

È forse arrivato il momento di liberare il Moscato d’Asti dalle catene del panettone e della torta di nocciole e sperimentare abbinamenti più arditi e soddisfacenti?

Alla vista

Il Moscato d’Asti si presenta di colore giallo paglierino più o meno intenso, con brillanti sfumature dorate. I toni dorati possono virare verso il giallo dorato nella versione Vendemmia Tardiva, come viene chiamato il Moscato d’Asti passito.

Al naso

La grande aromaticità del Moscato d’Asti si esprime in uno spettro ampio e articolato, tutto giocato sulla freschezza e i richiami all’uva fresca.

Prevarranno dunque i fiori bianchi come il glicine e l’acacia, le note balsamiche della salvia o della citronella, il miele, i frutti a polpa chiara come il melone bianco, la pesca e la mela verde o il pompelmo rosa.

In bocca

In bocca, il Moscato d’Asti è delicato, dolce e fragrante, leggermente frizzante. Vengono riconfermate le sue straordinarie note olfattive su cui si inserisce una giusta punta di acidità, che dona freschezza e favorisce la voglia di un nuovo sorso.

Disciplinare

Questa DOCG è stata approvata dal DM 29.11.1993

Colore

Paglierino giallo più o meno intenso

Profumo

Fragrante, floreale con sentori di salvia

Gusto

Delicatamente dolce, aromatico, caratteristico

Spuma

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Servizio

Il Moscato d’Asti va servito fresco. Si consiglia la temperatura di 10-12°C.

Il miglior bicchiere per la degustazione è la coppa, il cui ampio calice aiuta a cogliere l’esuberante espressione aromatica del vino senza saturare in breve tempo l’olfatto come avverrebbe attraverso una flûte o un calice a tulipano stretto.

Il Moscato d’Asti è un vino che va bevuto giovane, entro un anno dalla vendemmia.

Moscato d’Asti DOCG: con cosa abbinarlo

Diciamolo subito, il miglior modo di degustare il Moscato d’Asti è nella sua forma assoluta, ovvero libera dall’abbinamento. Provatelo come vino da meditazione e darà enormi soddisfazioni, soprattutto nelle giornate calde, quando serve un po’ di freschezza.

Se volete abbinarlo, la tradizione consiglia i dolci. Vanno bene tutti, ma in particolare la piccola pasticceria e i dolci da forno. La morte sua è con la torta di nocciole e lo zabaione.

Detto questo, è doveroso provare il Moscato d’Asti con qualcosa di innovativo. È perfetto per accompagnare l’aperitivo, i salumi stagionati e i formaggi gustosi.

Non abbiate paura di proporlo con le ostriche, con una bella fetta di Jamón Serrano, con le nocciole tostate e perché no? – fidatevi – il tartufo e il foie gras.

Ricette da abbinare con Moscato d’Asti DOCG

Moscato d’Asti DOCG: Produzione

Sin dagli inizi della sua vinificazione, il Moscato d’Asti ha rappresentato una vera sfida.

Tecnicamente, il Moscato d’Asti è un mosto di vino parzialmente fermentato, ovvero un vino in cui la fermentazione viene interrotta prima che i lieviti consumino tutti gli zuccheri del mosto e li trasformino in alcool.

Oggi interrompere la fermentazione è semplice grazie a tecniche come la centrifugazione e il controllo delle temperature, ma un tempo era molto più difficile. Era necessario sottoporre il vino a filtrazioni periodiche che avevano lo scopo ridurre la “carica” dei lieviti, mantenere elevato il grado zuccherino e, soprattutto, moderare lo sviluppo dell’alcool.

Oggi la produzione di Moscato d’Asti si avvale di tecnologie che rendono la vita del cantiniere un po’ meno dura. Tuttavia, il processo è ancora molto artigianale e si avvale della continua supervisione dell’uomo.

Dopo che le uve di moscato bianco vengono pigiate, il mosto viene immediatamente refrigerato a 0° C. Si prosegue così ad una decantazione statica o a una centrifugazione, che hanno lo scopo di separare le fecce (bucce, vinaccioli e residui solidi della pigiatura) dal vino.

Il mosto si porta a 18° C e si dà il via alla fermentazione, che viene interrotta quando il vino raggiunge il giusto grado alcolico (tra i 4,5 e i 6,5°) e un residuo zuccherino adeguato (di solito tra i 90 e i 120 grammi per litro).

A questo punto, il vino può essere conservato in vasche di acciaio a basse temperature, in modo da evitare qualsiasi ripartenza fermentativa. Si procede infine alle chiarifiche e alle filtrazioni che procedono l’imbottigliamento, condotto nel massimo della sterilità biologica perché non avvengano rifermentazioni in bottiglia che comprometterebbero il gusto e la stabilità del prodotto.

Tempo in legno

Tempo in bottiglia

Messa in vendita

Stesso anno della vendemmia

Resa delle uve

9 tonnellate per ettaro

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  • Enrico e Davide Ghiga
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Curiosità

Uno dei grandi equivoci sul Moscato d’Asti è quello di scambiarlo per la sua versione spumante, l’Asti DOCG.

Pur nascendo dallo stesso vitigno e appartenendo alla stessa denominazione, si tratta di due vini assai diversi.

L’Asti DOCG è un vino rifermentato in autoclave, dove avviene la presa di spuma con l’aggiunta di zuccheri e lieviti. La rifermentazione dona all’Asti una maggiore frizzantezza e il classico perlage.

Il Moscato d’Asti è invece un vino naturalmente dolce e naturalmente frizzante. La sua dolcezza è data dal vitigno d’origine e la Co2 presente è solo quella disciolta nel vino durante l’interruzione della fermentazione.

Anche il packaging è differente. La bottiglia dell’Asti è quella tipica degli spumanti, fatta di vetro pesante per sopportare pressioni maggiori. Il tappo è a fungo, chiuso dalla gabbietta. Il Moscato utilizza invece normali bottiglie da vino e presenta il tappo raso in sughero.


Federica Crucitti

Eterna indecisa e sognatrice, mi piace lasciarmi incantare e perdermi nella magia di tutto ciò che mi circonda. Qualche volta mi capita di tornare sul pianeta Terra, più esattamente nelle Langhe che, dopo una lunga serie traslochi, mi hanno accolta come novella figlia adottiva. È proprio là (o meglio qui su queste colline) che, tra una squisitezza gastronomica e l’altra, mi occupo della pubblicazione e della promozione degli eventi del portale Langhe.net.