Alba - Chiesa di san Domenico

Chiesa di San Domenico

La chiesa di S. Domenico, ubicata all’incrocio tra le attuali vie Calissano ed Accademia, è attestata ad iniziare dal 1292, con l’atto della donazione di Pietro de Braida per l’edificazione della sede cultuale dei Domenicani.

Però l’Ordine forse risulta già presente in città almeno dal 1251, allorché si riscontra fratri Alfero alben. de ordine predicatorum in un Breve del papa Innocenzo IV.

Come i due citati, altri riferimenti alla chiesa domenicana ed a frati predicatori ad Alba si riscontrano in successivi documenti d’età medievale (1304, 1330, 1340, 1341, 1390, 1422, 1423 e 1440) segnalati dallo storico albese Giuseppe Vernazza (1745-1822). Ulteriori conferme sono ravvisabili nelle registrazioni correlate a rispettivi Sinodi diocesani del 1325 e del 1438.

Chiesa di San DomenicoCenni storici

In effetti, gli studi storico-architettonici ed archeologici più recenti ribadiscono la realizzazione del sacro edificio dedicato a San Domenico Guzmàn, fondatore nel 1215 dell’Ordine dei Frati Predicatori (riconosciuto nel 1216 da papa Onorio III), negli ultimi anni del XIII secolo.

Inoltre, l’indagine metodologica in estensione all’interno della chiesa (svolta dalla competente Soprintendenza statale nel 1981 e nel 1983), oltre a sepolture di epoche diverse, a residui murari e vari altri reperti, ha accertato che la costruzione duecentesca è avvenuta sopra i resti di un edificio d’età romana.

L’originario pavimento in cocciopesto della sede cultuale risulta databile agli inizi del XIV secolo, secondo quanto verificato dagli archeologi.

Dagli scavi metodologici è pure emerso che una balaustrata separava, quasi a metà dell’interno, il settore della chiesa destinato ai frati ed alle celebrazioni liturgiche da quello riservato al pubblico dei fedeli.

1400-1500

Probabilmente a seguito della riforma generale dei conventi domenicani nel 1474, dopo successive sollecitazioni locali, tra la fine del XV e gli inizi del XVI secolo vengono parzialmente ristrutturate le due navate laterali del sacro edificio, sostituendo la primitiva copertura a capriate con volte a crociera, impostate sulle semicolonne addossate.

Nel 1517 il vescovo mons. Ippolito Novelli (presule ad Alba dal 1513 al 1530) fa realizzare nella chiesa la monumentale tomba della madre Saracena Novelli.

Nel 1523 viene rimpiazzata una delle campane.

Dal 1545 al 1548 è priore dei frati domenicani nel convento albese Antonio Michele Ghisleri da Bosco Marengo, che dal 1566 al 1572 sarà papa Pio V; poi verrà beatificato dal pontefice Clemente X nel 1672 e canonizzato da Clemente XI nel 1712.

Il Settecento

Nel 1714 v’è una vertenza tra il promotore fiscale della Mensa episcopale di Alba ed il frate Giò Andrea Raineri, priore del convento albese e vicario dello stesso monastero.

Un articolato Ordinato di Consiglio della Città per annuali funzioni religiose, riguarda pure i Domenicani.

Tramite un provvedimento in data 11 dicembre 1740, emesso su richiesta del Consiglio comunale, essendosi verificati taluni inconvenienti con il vescovo mons.

Vasco, si stabilisce che a turno si rechino a predicare nella cattedrale di S. Lorenzo frati esponenti delle quattro sedi conventuali di regolari maschili in Alba (S. Domenico, S. Francesco, S. Giovanni, S. Bernardino) nei periodi della Quaresima e dell’Avvento, con rispettivo compenso.

Durante il Settecento sono realizzati gli affreschi in stile barocco su alcune volte della chiesa. Taluni lavori strutturali sono affidati nel 1746 alla direzione tecnica dell’architetto albese Nicola Gallina.

L’Ottocento

Nel 1801, in seguito ai provvedimenti napoleonici, l’Ordine domenicano viene soppresso ed il complesso conventuale ad Alba incamerato dall’amministrazione del Circondario albese.

La chiesa, spogliata di tutti gli arredi liturgici (fra i quali le pale della Beata Vergine del Rosario, della Madonna Addolorata e della Vergine di Loreto, nonché un dipinto cinquecentesco con la Sacra Famiglia), dapprima viene occupata da soldati francesi e poi adibita a magazzino.

Mentre i vani del convento sono messi all’incanto ed aggiudicati a privati, ovvero Cristoforo Boglione e Giovanni Battista Delmonte (o Del Ponte) che lo rivendono quasi subito.

Fra le dipendenze attigue al complesso conventuale, nel 1806 viene venduta la casa del forno (detta casa Capra) con annesso giardino. Due anni dopo pure il convento viene nuovamente alienato.

Durante la Restaurazione sabauda, nel 1823 la chiesa di S. Domenico viene ceduta al Capitolo della cattedrale di Alba.

Tre anni dopo, essendo riconsacrata, è affidata alla Confraternita del Sacro Cuore di Gesù.

Notevoli lavori nell’interno del sacro edificio vengono eseguiti tra il 1826 ed il 1830, a cura dei confratelli e di notabili famiglie albesi.

La Confraternita del Sacro Cuore di Gesù risulta attiva nella chiesa ex conventuale sino agli anni ’50 del secolo scorso. A quel periodo gestionale del sodalizio laico-religioso, oltre alle decorazioni ottocentesche di alcune cappelle laterali, va collegata la pala con le raffigurazioni del Sacro Cuore di Gesù, San Domenico ed angeli, dipinta su tela nel 1827 da Stefano Chiantore.

Alba - Chiesa di san Domenico

Alba – Chiesa di san Domenico

La struttura architettonica

Così come già precedentemente avevano fatto i Francescani nel XIII secolo, anche i Domenicani si insediano in città alla fine del Duecento. Il loro complesso conventuale viene realizzato in un settore semicentrale dell’estesa area urbana, a metà distanza tra la cattedrale ed il lato sud delle mura cittadine.

Planimetria

L’impianto plani-volumetrico della chiesa albese ripete le caratterizzazioni che compaiono in altri sacri edifici domenicani in Piemonte.

Ad esempio, come in quella ad Alba, anche nelle similari sedi cultuali di S. Domenico a Torino ed a Chieri si evidenzia la presenza di un presbiterio allungato, concluso da un’abside a pianta poligonale, affiancata da due absidi minori a terminazione rettilinea. Le absidiole, aperte nelle navate laterali, sono poco profonde e non estradossate.

Vi erano posizionati rispettivi altari in muratura. Non è stato conservato anche l’altare maggiore, ancor presente almeno fino ai trascorsi anni ’20 del Novecento.

Da quanto risulta dalle fonti storiografiche, nonché dagli scavi archeologici, la presenza di un cimitero attiguo e di relative cappelle sepolcrali nell’interno, destinate alle salienti famiglie patrizie, rivela i legami intrecciati dall’Ordine dei Predicatori con i vertici cittadini del potere civile ed ecclesiastico.

La struttura longitudinale del sacro edificio, in stile gotico lombardo ed esternamente risolta perlopiù in laterizio a vista, è impostata su tre navate correlate alle absidi suddette. Sono suddivise da piloni a sezione circolare, di dimensioni uguali, impostati per sei campate.

Le volte sono caratterizzate da crociere con costoloni torici.

Nelle rispettive convergenze sono evidenti chiavi di volta con l’immagine scolpita dell’Agnus Dei ed una con la figura di un santo frate.

Soltanto la copertura del catino absidale è realizzata con una modalità più complessa, tramite un fascio di costoloni disposti radialmente. Tutti gli archi delle navate, longitudinali o trasversali, mostrano un profilo leggermente acuto.

Ogni superficie dell’interno, compresi le volte, i sottarchi e i piloni di sostegno, fino all’Ottocento risultava interamente affrescata seppur in epoche diverse, con rispettivi soggetti di figurazioni devozionali ed elaborati motivi decorativi o solo geometrici.

La sequenza delle finestre sulle pareti laterali, come nel settore absidale e nella facciata, mostra uniformità nelle semplici monofore strette, allungate ed arcuate.

I settori dei fianchi e quelli absidali sono caratterizzati esternamente da modulari cornicioni decorativi in laterizio, inseriti in corrispondenza del sottogronda. Si tratta di serie continue di trilobati archetti pensili a sesto acuto, sormontati da teorie di dadini disposti ruotati a mo’ di piccole losanghe.

Il profilo a capanna, in evidenza nella sommità del prospetto principale, è sormontato da pinnacoli cilindrici che terminano in forma conica. Quattro robusti contrafforti scandiscono la facciata, così come l’abside a pianta poligonale.

Il centrale portale archiacuto, incluso in un avancorpo del prospetto principale, risulta di particolare rilevanza visiva, evidenziata anche dalla profonda strombatura.

La facciata

L’elemento pronunciato ed intonacato, in sporgenza rispetto alla superficie della facciata, è suddiviso da una cornice in cotto in due settori diseguali: nella parte superiore v’è il rosone circolare, in quella inferiore un ampio arco cieco, trilobato sull’intradosso.

Coppie di esili colonnine raccordano questo motivo in laterizio alle semicolonne posizionate sui fianchi del portale suddetto. Il settore superiore dell’avancorpo a ghimberga probabilmente è una sopraelevazione del XV secolo.

La composizione scultorea del trecentesco portale bicromo, comprende la pietra intervallata al cotto, con blocchi squadrati di arenaria chiara. L’allineamento, rientrante dall’esterno verso l’interno, è caratterizzato da sequenze parallele di elementi a spigolo alternati ad altri cilindrici, anche nel sormontante settore archiacuto.

I capitelli che suddividono le due componenti strutturali e l’architrave decorata con bassorilievi (al centro l’Agnus Dei) sono scolpiti in rispettivi blocchi orizzontali in pietra, i primi con decorazioni vegetaliformi a crochet.

Invece le due mensole lapidee che sorreggono la lastra trasversale sono impreziosite da rispettive figurazioni in altorilievo.

Nella lunetta sono affrescate le figure della Madonna col Bambino, San Domenico e Santa Caterina da Siena, risultando d’epoca successiva alla struttura sull’ingresso. Una piccola immagine marmorea di San Domenico sovrasta il culmine del portale.

Il campanile

Il campanile è a base quadrata, caratterizzato esternamente da monofore e da cornici in cotto costituite da semplici archetti ciechi al di sotto di teorie di elementi disposti a dente di sega oppure sottostanti a teorie di dadini. Venne aggiunto impostandolo sulla navata laterale est, in corrispondenza della penultima campata interna.

Di certo ciò avvenne in una fase successiva alla prima campagna di lavori d’erezione del sacro edificio. La sua copertura in coppi è costituita da una semplice struttura a padiglione ribassato, delimitato dal cornicione di sommità. Le pareti esterne del campanile sono del tutto elaborate in laterizio a vista.

Il convento

Il complesso conventuale dei Domenicani, impostato su due chiostri, comprendeva cinquanta camere. Almeno un chiostro del convento, non più esistente, è ancor evidenziato in una mappa del 1820, antecedente la trasformazione dell’intero complesso.

Vi si nota la galleria che percorre tutt’intorno il cortile, delineando appunto tale settore claustrale, con vani comuni, disimpegnati in basso ed al piano superiore mediante la caratteristica inversione dell’ordinamento distributivo. Si distinguono bene le celle dei frati, che si affacciano su tale cortile riservato.

Sono rese indipendenti da un corridoio che corre all’interno. Attualmente sono ancora da riferire alle pareti esterne del chiostro, dove erano pure incluse alcune sepolture di famiglie notabili della città, le residue pitture a fresco databili versa la metà del Trecento, che sono state parzialmente conservate sul fianco sinistro della chiesa.

Vi sono dipinte le figure di Sant’Antonio albate, San Giacomo Maggiore, Santa Caterina d’Alessandria e donatori.

Al periodo del priorato di Urbano da Bergamo, ovvero tra il 1474-1476, risale la realizzazione di un refectorium novum, durante la riforma del convento che a quel tempo era rimasto da completare. Odiernamente il fabbricato ex conventuale (fortemente ristrutturato negli anni ’60 dell’Ottocento, con ulteriori demolizioni nel 1960) ospita il Liceo Classico statale “G. Govone”.

La chiesa adiacente è inserita ad angolo nel complesso, risultando comunque l’elemento di maggior intensità compositiva e caratterizzante l’esterno.

L’interno

Ampie superfici interne del sacro edificio ex conventuale sono riservate alla pittura; mentre la decorazione scultorea è nettamente ridotta, in ogni modo subordinata all’architettura, tranne l’evidente monumento novecentesco nella navata di sinistra, opera di Leonardo Bistolfi (1859-1933), ed un Crocifisso attribuito ad Edoardo Rubino (1871-1954) nel medesimo settore.

Nonostante la frammentarietà delle varie opere pittoriche ancor visibili e la loro netta differenziazione cronologica (dal XIV al XIX secolo) non consentano unitarietà illustrativa, tantomeno stilistica, la loro presenza diffusa sulle pareti, sulle volte, sui pilastri offre al visitatore un’accattivante “racconto visivo” da seguire con attenzione.

In buona parte, soprattutto le pitture ottocentesche, vanno correlate a preesistenti altari laterali.

Sulla parete di sinistra della sesta campata è osservabile un affresco in cui è rappresentata l’Adorazione dei Magi, preceduta da un riquadro con due monaci cistercensi dalla veste chiara. Sullo sfondo v’è una semplice costruzione in mattoni, col tetto in legno o paglia. L’opera, di un non identificato «maestro spanzottiano», risale all’ultimo decennio del XV secolo.

Nel terzo riquadro, molto lacunoso e dello stesso periodo del precedente, sono raffigurati San Domenico e San Giovanni Battista al di sotto di un arco dipinto.

Procedendo lungo la parete sinistra, si nota una porzione d’affresco con la raffigurazione del Cristo di Pietà fra la Madonna e San Giovanni Evangelista. Nella parte al di sopra è abbastanza visibile Gesù Cristo risorgente dal sepolcro.

Entrambe le opere, d’autore non noto, sono assegnabili alla fine del Trecento.

Adiacente al precedente è la raffigurazione di Santa Maria Maddalena, all’interno di un’architettura dipinta con base esagonale. L’autore ignoto è un pittore di formazione monregalese, attivo nell’ultimo quarto del XV secolo.

In successione, è osservabile la scena, anch’essa dipinta a fresco, rappresentante l’Abbraccio di San Francesco d’Assisi e San Domenico. L’opera risulta eseguita verso il 1473 da Giovanni Turcotto di Cavallermaggiore.

Proseguendo, si entra nel settore absidale a sinistra, inizialmente ornato con procedimento pittorico a fresco in conclusione della prima fase dei lavori per erigere la nuova chiesa.

Oltre alle rispettive decorazioni collegate alle aperture ed alle strutture portanti, qui si nota in particolare il ciclo con le scene delle Storie di Sant’Antonio abate, Eseguite da un autore ignoto in rapporto con la pittura lombarda, risalgono alla seconda metà del XIV secolo.

Nella medesima parete si osserva pure la raffigurazione di San Benedetto abate, ambientato in una veduta medievale dove avviene il soccorso ad un ammalato da parte dello stesso venerabile. L’opera, d’autore ignoto, risale all’ultimo quarte del XV secolo.

Qui si riscontra pure l’antica porta arcuata ad ogiva, che consentiva il collegamento tra la chiesa ed il chiostro del convento. Essa è ornata da trilobi archetti pensili in cotto, nonché da nobiliari stemmi dipinti.

Tra l’arco sovrastante la porta e la suddetta teoria di archetti ciechi è ancor visibile l’affresco quattrocentesco con l’Annunciazione a Maria Vergine, opera d’un artista ignoto.

Ancora sulla parete a sinistra nel medesimo settore absidale si osservano pitture a fresco di periodi diversi e di rispettivi autori non noti: Il Beato Pietro di Lussemburgo in estasi davanti al Crocifisso (inizio del secolo XV), Martirio di San Sebastiano (ultimo quarto del XV secolo).

Invece, nella parete di fronte, rimanendo nel medesimo settore absidale, sono ancor evidenti le affrescate scene delle Storie di Santa Caterina d’Alessandria, però rimaste frammentarie. Sono da riferire ad un ignoto pittore lombardo o piemontese, che le ha dipinte all’inizio del XV secolo.

La navata centrale

Rimanendo nella navata laterale, a sinistra va osservata la volta a crociera di quella che era la terza cappella. Riconoscendovi, fra l’altro, lo stemma dipinto dei nobili Belli di Alba, si evince che a quella famiglia si debba la committenza per la realizzazione pittorica delle ricercate decorazioni, verosimilmente eseguite nella prima metà del XVI secolo.

Il presbiterio mostra sulle pareti affreschi di epoche diverse. La superficie più ampia è a sinistra, rivelando lacerti pittorici con un finto loggiato ed una elevata figura maschile, fiancheggiata dalla base di una colonna dipinta. Dovrebbe trattarsi di San Pietro apostolo in una scenografia classicheggiante, risalente alla metà del XVI secolo.

Al di sotto v’è ridipinto, in monocromo a fresco, il sarcofago e lo stemma di mons. Ippolito Novelli, vescovo di Alba dal 1517 al 1530. La ridipintura è opera di Luigi Cealanza del 1840. Sulla parete opposta si osserva il cinquecentesco mausoleo arcuato, con inclusa una distesa figura femminile, stemmi, epigrafe e decorazioni scolpite nella pietra.

È dedicato a Saracena Novelli e realizzato su commissione del figlio mons. Andrea Novelli vescovo ad Alba o del succitato nipote mons. Ippolito. Nella lunetta è affrescata la Deposizione di Cristo dalla croce, opera del 1517 di Giovanni Perosino Longo.

La volta sul presbiterio è decorata a fresco da un’elaborata quadratura settecentesca, comprendente finte cornici, medaglioni e festoni. Tale motivo illusionistico, tipicamente barocco, si estende pure in sommità sulle pareti laterali con elementi di finte architetture.

Nel settore absidale in corrispondenza della navata di destra, incluso in un arco trilobato in cotto, è osservabile l’affresco con la raffigurazione della Madonna della Misericordia.

Realizzato da un ignoto pittore, è databile nella seconda metà del XIV secolo. Nella parete opposta nello stesso settore si può osservare la fenestrella ampullarum che serviva da deposito delle ampolle liturgiche.

Nel tratto di muro racchiuso sotto l’arco ogivale in cotto è raffigurato un Frate domenicano in preghiera. Anche questa pittura risale alla seconda metà del XIV secolo.

Almeno tre frammenti di affreschi quattrocenteschi, di rispettivi autori ignoti, sono visibili in diverse posizioni nella navata laterale di destra: una Natività (o un’Adorazione di Gesù Bambino) sulla parete della sesta campata, un probabile San Teobaldo Roggeri sul quarto semipilastro, forse la raffigurazione di Santa Caterina da Siena in un’edicola votiva sul secondo pilastro verso il centro.

Nella navata centrale le volte affrescate della quinta e della sesta campata mostrano esiti della committenza della beata Margherita di Savoia (1390-1464), monaca domenicana e già marchesa del Monferrato.

Su quella che corrispondeva alla cappella maggiore sono raffigurati i Dottori della Chiesa (San Gregorio Magno, Sant’Agostino, San Gerolamo, Sant’Ambrogio) e la nobile committente, con l’Agnus Dei al culmine della crociera.

Sull’altra si vedono quattro Sante Vergini in trono (Santa Caterina d’Alessandria, Santa Margherita d’Antiochia, Sant’Agnese e Santa Apollonia), pure qui con l’Agnus Dei al culmine della crociera, ma con diversi motivi decorativi. Entrambi i cicli risalgono al 1441-1442, essendo attribuiti ad un ignoto pittore di matrice lombarda.

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