Letture golose

Le Donne del Vino #1 Barbara Gatti - Gatti Piero

20 Marzo, 2020

Intendevo pubblicare questo articolo l’8 Marzo, in occasione della Festa della Donna, ma le conosciute cause di forza maggiore mi hanno portata a rimandarlo.

Ho deciso comunque di pubblicarlo oggi perché rimane un omaggio alle grandi donne delle Langhe: sia quelle il cui nome è noto, che quelle invece che agiscono “di nascosto”, e che si sono dovute ritagliare il loro posto nel mondo in momenti particolarmente difficili.

E nondimeno, un omaggio al carattere caparbio dei Piemontesi e degli Italiani, che davanti alle difficoltà continuano a lottare.

Donne del vino, la voce delle produttrici di Langa, Roero e Monferrato

Le Donne del Vino” vuol essere una rubrica che dia voce, volta per volta, a una figura femminile dell’enologia e viticoltura di Langhe, Roero e Monferrato. Una donna scelta per tenacia, coraggio, che a nostro parere abbia qualcosa da insegnare.

Quanto è ancora maschile il mondo del vino? Rimane ancora traccia, in qualche modo, dei “ruoli” del passato? Senza conoscere la risposta, ma con l’interesse di porre la domanda, intervistiamo alcune delle donne più conosciute di questo settore.

 

Bene Barbara, direi di iniziare parlando un po’ di te. Raccontati ai nostri lettori: chi sei, da quanto lavori nel mondo del vino e come sei entrata a farne parte?

Barbara – Beh, direi che prima di arrivare a me e alla mia storia sia necessario ripercorrere quella dei miei genitori, da cui nasce l’azienda Gatti Piero e da cui ho ereditato questo mestiere.

La prima donna della cantina è stata mia madre: senza il suo esempio non ce l’avrei mai fatta.

La mia famiglia si trova da sempre nell’area del Moscato, uva facile da vendere, che già i miei nonni coltivavano per le grandi industrie locali. Nell’88 mio padre e mia madre decisero di mettersi in gioco e aprire una piccola cantina. Il mercato nel frattempo continuò a crescere, la produzione ad allargarsi: erano anni buoni per l’economia in generale, quindi ritagliarsi uno spazio nel mercato non fu difficile.

Nel 2000 purtroppo mio padre ci lasciò, e mia madre, che fino ad allora lo aiutava principalmente dal punto di vista amministrativo, si convinse a portare avanti l’azienda da sola, nonostante tutte le difficoltà. La prima vera donna della cantina, in effetti, è stata lei.

Si può dire quindi che sia stato il desiderio di aiutarla ad avvicinarti a questo mestiere?

Barbara – Mentirei se dicessi che ho sempre sognato di diventare una produttrice. Dopo il liceo classico frequentai l’università di lingue, senza avere chiara in mente una direzione per il mio futuro.

Quando venne a mancare mio padre feci uno più uno, rendendomi conto dell’utilità del mio percorso di studi nel campo del vino e decidendo così di aiutare mia mamma, che per l’azienda aveva già rinunciato a tanto.

Oggi la gestisco io sotto quasi tutti i punti di vista, ma senza l’aiuto e l’esempio di mia madre non ce l’avrei mai fatta. Quindi sì, diciamo che è stata una serie di eventi a condurmi dove sono oggi, ma ora come ora non riuscirei ad immaginarmi altrove.

Mentirei se ti dicessi che ho sempre sognato di diventare una produttrice, è stata una serie di eventi a portami qui.

Quando parli delle “difficoltà” che incontrò tua madre nel prendere in mano l’azienda, credi che parte di queste derivasse dal fatto di essere donna?

Barbara – Vent’anni fa nessuno si stupiva che una donna seguisse l’aspetto burocratico e commerciale della cantina, che partecipasse agli eventi e seguisse le degustazioni. Il vero shock per i “barot” (contadini dalla mentalità un po’ bigotta, ndr) della zona arrivò forse nel rendersi conto che – sia io che lei – eravamo intenzionate a prenderci a carico anche la vigna.

Quello è l’unico aspetto della produzione nel quale ancora oggi persiste secondo me un po’ di discriminazione, anche se la situazione è sicuramente migliorata rispetto a qualche decina di anni fa.

Perchè credi che la situazione sia migliorata?

Barbara – In parte la differenza rispetto al passato è la tecnologia: certo, rimane qualche passaggio duro in vigna, bisogna comunque spaccarsi la schiena di volta in volta, ma i macchinari facilitano molto il lavoro e rendono meno necessaria la presenza degli uomini.

Un esempio: quando assumo la cooperativa per aiutarmi a vendemmiare chiedo sempre esplicitamente che mi mandino persone di entrambi i sessi. Questo perché soprattutto nella vendemmia le donne sono più veloci e precise (e fin qui nessuno si stupisce, ndr), mentre la maggior parte degli uomini non ama questo lavoro, si stufa in fretta.

Azienda femminile? Per alcuni un tratto distintivo, quasi come “biologico” o “lotta integrata”

Ma per caricare e scaricare le casse rimangono i numero uno…non bisogna mai temere di chiedere quando si ha bisogno di un aiuto :-)

Ormai in Piemonte, ma credo ovunque, di donne che producono vino ce ne sono molte. Mi chiedo, credi che esista ancora qualcuno che discrimina una cantina per il genere di chi la gestisce?

Barbara – La discriminazione finisce appena le persone smettono di stupirsi. Che bisogno c’è anche solo di citare il fatto che la produttrice sia donna? Eppure se cerchi la nostra cantina su Google, ci sono siti che ci definiscono come un’azienda femminile, quasi come se fosse un tratto distintivo come “biologico” o “lotta integrata”. “Azienda di donne”, con il simbolino a fianco.

Come mai nei siti dei negozi d’abbigliamento non si anticipa mai il sesso del proprietario, dello staff? Non vedo perchè dovrebbe esserci alcuna differenza.

Quindi sarebbe meglio smettere di parlarne?

Barbara – O forse farlo ancora di più, fino a renderla una cosa normale, ovvia, conosciuta. Credo che parlare delle “donne del vino” aiuti a sensibilizzare, a renderlo un discorso all’ordine del giorno, in modo da non doverlo mai più tirare fuori come se fosse una rarità.

Comunque da questo punto di vista in Piemonte siamo fortunati: la scuola enologica aiuta tanto. Oggi c’è quasi lo stesso numero di studenti donne che uomini, quindi anche per quanto riguarda gli agronomi, i sommelier… la presenza femminile è in forte crescita.

Ultima domanda, che si collega a quest’ultimo punto: tu credi nei cosiddetti “gusti femminili” in quanto a vino, o è una leggenda metropolitana?

Barbara – Credo che i gusti nel vino dipendano dall’esperienza. Il palato è da ammaestrare, sempre. Ci sono persone che nascono con i sensi più portati, altre che faranno sempre fatica a cogliere le note dei vini, ma nessuno nasce pronto a capire un Barolo, per esempio.

Siate donne nella vita, ma produttori in cantina!

Quelli che solitamente vengono definiti come i gusti femminili sono semplicemente i gusti di una persona poco esperta, che ha assaggiato poco e bevuto poco. Forse questo deriva dal fatto che un tempo le donne bevessero raramente, e che quindi preferissero gusti più semplici e dolci.

Bene, direi che questo è tutto! Grazie mille Barbara. Hai qualcosa da dire alle future Donne del Vino?

Barbara – Sì: può sembrare banale, ma non lasciate mai che vi dicano “non puoi farcela”. Studiate, assaggiate, viaggiate e cercate di non dare alcuna importanza al vostro sesso: siate donne nella vita, ma produttori in cantina!