Arte e cultura

Cesare Pavese Dentro ai testi: 1946-1947

4 Aprile, 2019

Guardare soltanto alla Luna e i falò, però, è un’operazione tanto giusta quanto riduttiva: molti altri sono stati i luoghi in cui lo scrittore piemontese, come in una palestra letteraria, ha dedicato le proprie parole all’elemento del fuoco, ragionandoci e ricreandone l’emozione che lui stesso portava dentro di sé.

Alcuni di essi sono stati, molto probabilmente, i passi che hanno portato alla creazione di alcune scene del suo ultimo romanzo.

Feria d’agosto

Ad esempio, Feria d’agosto (Einaudi, 1946), la variegata raccolta di racconti e riflessioni estremamente importanti per l’elaborazione dei temi che si possono trovare nella Luna, contiene due punti che si rivelano molto vicini al romanzo del ‘49: Del mito, del simbolo ed altro e Il mare.

 

“Mitologia personale”, infanzia e “mitopéia”

Nel primo scritto, Pavese riflette sull’importanza del mito ed arriva a segnare una delle sue più importanti prove scrittorie.

In questo saggio si concentrano i suoi interessi etno-antropologici, migliorati grazie all’esperienza come consulente letterario presso l’Einaudi, e qui egli arriva alla sua preziosa teoria del mito, che lo rende uno tra i più acuti e originali intellettuali italiani del Novecento.

Osserva che ogni essere umano possiede una propria “mitologia personale”, la quale, essendo fondamentale per il proprio essere e per la propria personalità, indica i tratti dominanti e come tale determina la soggettività di ognuno di noi.

Questo vero e proprio patrimonio iconico-fattuale si accumula durante l’infanzia, il periodo d’oro in cui la spensieratezza regna sovrana, durante il quale il bambino, come un recettore pronto a captare ed immagazzinare ogni segnale che riceve, rende proprie le differenti immagini del mondo con cui entra in contatto.

Per questo, la memoria è solita far riaffiorare alla mente un luogo od una situazione topici, oppure essere stimolata da uno di essi: è costante e centrale il gioco del “parallelo dell’infanzia” per ogni essere umano.

Da qui nasce la “mitopéia infantile” (termine di conio pavesiano), cioè la fissazione dell’esperienza in un’immagine simbolica che verrà accumulata nel patrimonio di conoscenza del mondo.

Così, “il concepire mitico dell’infanzia è insomma un sollevare alla sfera di eventi unici e assoluti le successive rivelazioni delle cose, per cui queste vivranno nella coscienza come schemi normativi dell’immaginazione affettiva”.

Quindi, la mitologia personale dà un particolare valore all’uomo: “un valore assoluto, al suo mondo più remoto, e gli riveste povere cose del passato con un ambiguo e seducente lucore dove pare, come in un simbolo, riassumersi il senso di tutta la vita.”

Vincent Van Gogh, Campo di grano

Il mare

Nel secondo scritto citato, invece, due ragazzini (il protagonista narrante e l’amico Gosto, onomasticamente emblematico per il titolo della raccolta), escono durante la notte di San Giovanni ed iniziano un febbrile cammino, quasi dantesco, per le colline nei pressi di Santo Stefano.

Probabilmente, in questo racconto si delinea molta dell’infanzia di Pavese stesso: i soggetti sono gli stessi che egli frequenterà nuovamente durante la stesura della Luna e i falò, gli stessi profili umani che andranno a comporre la pittoresca fauna del suo ultimo romanzo.

Alla stessa maniera, anche alcune situazioni si riveleranno ricorrenti tra il racconto ed il romanzo: il rapporto tra i due viandanti, ad esempio, ma soprattutto il costume per cui durante la nottata sulla collina si accendono diversi fuochi, e i due trepidanti ragazzini non vedono l’ora di assistere allo spettacolo.

Nella loro eccitazione, verosimilmente, è ravvisabile la mitopéia di cui abbiamo parlato prima, la commozione che rende simbolico l’immagazzinamento di un’immagine, depositandola negli strati profondi della coscienza: la sublime immagine del fuoco, misteriosa e atroce morte da cui però risorge la vita, la cui cenere è pure così fertile.

Addirittura – e qui la distanza dalla Luna e i falò si accorcia sempre più – è presente in questo racconto un incendio, parallelo a quello del romanzo del ‘49 in cui il Valino, distrutto da una vita “grama”, appicca il fuoco alla sua proprietà dopo aver sterminato la sua famiglia.

In Il mare, invece, la potenza distruttrice del fuoco dell’incendio è controbilanciata dalla gioia di un matrimonio, quello nella cui celebrazione i due giovani viandanti si ritrovano e non esitano a pasteggiare e festeggiare. Anche questo, perciò, fornisce un chiaro esempio delle sfaccettature rituali, simboliche e mitiche di cui il fuoco si carica nella produzione pavesiana.