Arte e cultura

I falò di Santo Stefano Mito, memoria, simbolo e infanzia

28 Marzo, 2019

Creare un’opera

Con la scrittura, Pavese arriva ad imprimere in forma scritta il nucleo originario (di cui abbiamo parlato qui), e la sua poesia risulta essere una “congerie di frammenti” (24 febb. 1940, nel Mestiere) ordinata personalmente da lui stesso.

Creare un’opera è dunque trasformare in assoluti il tempo e il suo spazio” (26 febb. 1940, nel Mestiere); il poeta, giocando l’importante ruolo di creatore, deve essere in grado di superare il particolare tramite il particolare stesso, di assorbire la sua personale intuizione e sfruttarla per raggiungere l’universale, l’assoluto antropologico della specie umana.

Si potrebbe quindi dire che la poesia pavesiana è “congerie di frammenti”, ma ad una condizione: bisognerebbe tenere conto dell’unità in cui i componimenti si inscrivono, cioè quella “atmosfera” di cui parlavamo prima, la stessa presente anche nei romanzi e nei racconti, che gli eventi del “Pavese Festival 2018” intendono ricreare e promuovere.

L’importanza del falò

Applicando la tensione creativa (di cui abbiamo parlato qui) alla vicenda della Luna e i falò, il primissimo elemento da tenere in conto è il valore universale, assoluto, mitico e simbolico del falò.

Questo romanzo è forse il più compiuto di Pavese, il più sentito dallo scrittore stesso, appunto perché mette in piena pratica il processo creativo di cui abbiamo parlato.

Il fuoco, l’allestimento del falò, è una tradizione che nel romanzo viene presentata ben più di una volta, ed ogni volta assume una valenza mitica e rituale, collegando il particolare di quell’occasione con l’universale comune ad ogni uomo.

Nel descrivere questi eventi sublimi sembra che Pavese abbia ripreso un frammento della sua vita fanciullesca in Langa ed abbia ricercato in essa le ragioni del suo spirito più antico, primigenio.

Universale e particolare
alla ricerca della connessione

Come si può ben vedere, gli elementi che dobbiamo tenere in conto nell’elaborazione di questo pensiero sono molteplici: il falò, il rito, il mito, il paesaggio e l’infanzia, tutti elementi di un polimero letterario straordinariamente potente.

Particolare ed universale sono i due fuochi entro cui orbitano gli scritti di Pavese. Si possono vedere le loro sfumature, ma non sono sempre così chiare.

D’altronde, però, proprio questa è l’atmosfera che si respira nell’ultimo romanzo pavesiano: una cortina paradossale ed ossimorica, densa e fitta, leggera ed impalpabile ma evidente in certi passaggi.

Questo portamento altalenante è tra i suoi principali punti di forza, e proprio nella sua realizzazione pulsa il cuore del progetto pavesiano.

Nascondendosi sotto le spoglie della sapienza popolare dei vari personaggi del romanzo, questa conoscenza ultrasecolare si palesa al lettore pur non facendosi vedere.

Si manifesta di sfuggita, ma comunque allaccia quella connessione trascendentale, voluta dallo stesso Pavese nella sua opera, che procede dal frammento personale al firmamento dell’assoluto universale.

Con la sera che ogni anno il festival dedica ai fuochi, in particolare, sembra quasi si voglia offrire la possibilità a qualunque partecipante di rivivere questo frammento di esperienza, che così tante volte ha ispirato Pavese, fino a giungere al sentimento del valore umano celato dietro di esso.