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Pavese & le Langhe: il sogno e il simbolo – parte 4

Per poter comprendere, allora, si dovrebbe vivere il sogno ed analizzarlo con lo stesso fervore che si ha di solito nella vita infantile. L’operazione di Pavese è molto complicata, quasi utopica: egli sta suggerendo, nella sua riflessione antropologica, di scegliere i ricordi sentimentali che generano nell’uomo particolari sensazioni, di collezionarli tutti in un insieme conchiuso e di studiarli, prima uno alla volta e poi tutto nel loro complesso, con un approccio quasi scientifico, illuministico (anche nel senso etimologico della parola).

Così facendo, però, si rischia di arrivare ad un punto di stallo, cioè quello in cui, a forza di analizzare il proprio passato, si finisce per rimanerne incantanti. Ecco il perché della potenziale utopia, ed ecco perché, secondo Pavese,

il difficile non è risalire il passato bensí soffermarcisi; non basta infine perché noi intendiamo per stato istintivo quello stampo schietto che influisce sull’intera nostra realtà intima. E per ritrovare questo stato, pili che sforzo mnemonico si richiede scavo nella realtà attuale, denudamento della propria essenza. Se avremo visto con chiarezza il nostro fondo, non potremo non aver toccato anche ciò che fummo fanciulli. […]

A questo punto dell’indagine il tempo dilegua. La nostra fanciullezza, la molla di ogni nostro stupore, è non ciò che fummo ma che siamo da sempre. La durata non tocca gli istanti interiori: altrimenti quel sussulto di gioia, che ci accoglie nel ricordo assoluto, riuscirebbe inspiegabile. Qui ricordare non è muoversi nel tempo, ma uscirne e sapere che siamo. L’infanzia a ripensarla suggerisce nostalgia, non tristezze: di essa ci manca unicamente quella maggior facilità – la purezza iniziale – di vivere nell’essere genuino.

Invece la malinconia del passato si svolge sul piano evidente dei giorni, si attacca alle parvenze; per essa il ricordo è tutto fatto di durate e concrescenze, di scoperte di gusto che come viticci c’impigliano agli altri, alle cose, alla storia. (Cesare Pavese, L’adolescenza, in Feria d’agosto)

Ancora un riscontro con La luna e i falò

Un passaggio, in particolare, suggella La luna e i falò. In esso sono più che presenti la nostalgia dell’infanzia, l’identificazione con la figura di Cinto (interpretabile come infanzia ripetuta nel presente) ed desiderio di ritornare ad essere come lui da parte di Anguilla, il quale sembra proprio ripetere quanto Pavese aveva osservato nelle sue riflessioni di Feria d’agosto:

Cos’avrei dato per vedere ancora il mondo con gli occhi di Cinto, ricominciare in Gaminella come lui, con quello stesso padre, magari con quella gamba – adesso che sapevo tante cose e sapevo difendermi. Non era mica compassione che provavo per lui, certi momenti lo invidiavo. Mi pareva di sapere anche i sogni che faceva la notte e le cose che gli passavano in mente mentre arrancava per la piazza.

Non avevo camminato cosí, non ero zoppo io, ma quante volte avevo visto passare le carrette rumorose con su le sediate di donne e ragazzi, che andavano in festa, alla fiera, alle giostre di Castiglione, di Cossano, di Campetto, dappertutto, e io restavo con Giulia e Angiolina sotto i noccioli, sotto il fico, sul muretto del ponte, quelle lunghe sere d’estate, a guardare il cielo e le vigne sempre uguali.

E poi la notte, tutta la notte, per la strada si sentivano tornare cantando, ridendo, chiamandosi attraverso il Belbo. Era in quelle sere che una luce, un falò, visti sulle colline lontane, mi facevano gridare e rotolarmi in terra perch’ero povero, perch’ero ragazzo, perch’ero niente. Quasi godevo se veniva un temporale, il finimondo, di quelli d’estate, e gli guastava la festa. Adesso a pensarci rimpiangevo quei tempi, avrei voluto ritrovarmici. (La luna e i falò, capitolo XIX)

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