Castello di Magliano Alfieri - eventi

La residenza castellana di Magliano Alfieri

Una realizzazione totalmente “nuova” è la seicentesca residenza castellana di Magliano Alfieri.

Di questo storico edificio signorile si sono occupati vari studiosi in diverse pubblicazioni fin dai trascorsi anni ’80 e ‘90, fra i quali: Vittorio G. Cardinali, Giovanna Galante Garrone, Baldassarre Molino, Franco Monetti e Arabella Cifani.

La dimora di Catalano Alfieri, simbolo del suo potere

Fra le ambizioni del conte Catalano Alfieri (1602-1673) la costruzione di una dimora signorile a la page è davvero rimarchevole, quanto connaturata al rilievo della sua immagine di militare di carriera e di nobile di corte.

Pertanto, dal 1647 al 1650 egli fa edificare il nuovo palazzo, dopo che erano state acquisite (negli anni ’20 e ’30, anche ad iniziativa del padre Urbano) alcune case nel «ricetto», «presso la piazza publica» o «nel sitto del castello [preesistente]» per ampliare l’area a disposizione del cantiere.

La seicentesca residenza castellana non sorge nel punto più alto della collina del concentrico, dov’era l’antico “castrum” (già citato in un documento del 996 del vescovo di Asti), bensì nello spiazzo sottostante, comunque dominante sulla valle del Tanaro.

I lavori, promossi dal conte Alfieri, dal 1647 procedono sotto la direzione del «mastro luganese» Giovanni Mazzetto.

Purtroppo, come per altri edifici seicenteschi nel Roero, non ne è noto il progettista.

Magliano Alfieri

Magliano Alfieri

I vari momenti architettonici

La qualificata studiosa e docente Andreina Griseri, nel suo volume Itinerario di una provincia del 1974, definisce la storica costruzione «di stile castellamontiano», cogliendone la conformazione e taluni tipi di finiture influenzate da soluzioni in opere dell’architetto Amedeo Castellamonte (1610-1683, attivo prevalentemente a Torino dal 1646).

Ella esclude sia un disegno progettuale di Carlo di Castellamonte (1560-1641), sia un successivo intervento settecentesco con la direzione dell’architetto astigiano Benedetto Alfieri (1700-1767).

I lavori pertinenti alla dimora maglianese proseguono nel 1651-1652, soprattutto per la «fabricha della nova muraglia del giardino» (1651) ed altre operazioni affidate al «mastro da muro» Marco Poncino, già attivo nel 1647-1649 (con Carlo Francesco Finale) nella ristrutturazione del castello di Montà e realizzatore nel 1650 del nuovo palazzotto della Comunità di Magliano Alfieri, proprio a fianco della residenza castellana di cui qui si tratta.

Altri lavori nel palazzo nobile vengono poi fatti concludere, in qualche settore, dal figlio di Catalano, il conte Carlo Emanuele (1643-1691) nella seconda metà del Seicento.

La struttura della residenza

L’impianto plano-volumetrico dell’imponente costruzione voluta dal conte Catalano Alfieri è molto lineare: allungato, principalmente rialzato su due piani verso l’altura e su tre verso la valle, simmetricamente impostato con scalone d’accesso al centro.

Scalone d'onore e busto di Carlo Emanuele Alfieri

Scalone d’onore e busto di Carlo Emanuele Alfieri

È costituito complessivamente da tre settori rialzati e fiancheggiato da due cilindriche torri laterali.

Gli esterni, in laterizio a vista, sono articolati dalle lunghe sequenze di finestre, in parte diseguali negli ordini, distinti da un’equilibrata distribuzione di volumi.

Al primo piano, il corpo centrale è impegnato da un grande salone di rappresentanza, coperto da una volta su base rettangolare, a padiglione con unghie (i pregevoli stucchi sono settecenteschi).

È illuminato da sei grandi finestre, con accessi a rispettivi balconi.

Al salone si arriva dallo scalone che sale dall’atrio posto al piano terra, al quale si accede dal portale di composta ed equilibrata fattura con sobri elementi lapidei (stipiti ed architrave), sormontato dallo stemma scolpito del casato Alfieri.

Il Settecento e le prime modifiche


Altre opere di risistemazione interna (salone centrale, cappella gentilizia ecc.) sono realizzate nel corso del Settecento.

In particolare, l’ampio “salone delle feste” al primo piano è ornato sulla volta, strutturata a padiglione con accentuati spicchi smorzati da pregevoli stucchi eseguiti da plasticatori luganesi, attivi nella zona nella prima metà del XVIII secolo.

I soggetti sono principalmente araldici: blasone centrale del casato Alfieri con i motti familiari «Tort ne dure» e «Hostili tincta cruore», stemmi binati di esponenti della nobile famiglia con quelli di rispettive consorti (fra i quali il conte Carlo Luigi Federico, deceduto nel 1769, accostato con Clara Violante Della Rovere), emblemi singoli con i motti surriferiti.

Tra le aperture, effettive o simulate, sono visibili decorazioni floreali e festoni in rilievo.

In un’altra ubicazione interna, va pure segnalato il cosiddetto “salone dei fiori”.

L’arte nella cappella gentilizia

Una ragguardevole componente nel «palazzo» degli Alfieri è la settecentesca cappella gentilizia.

Tutte le componenti della disposizione iconografica e decorativa al suo interno risalgono al pieno Settecento, per lo più dopo il 1769, allorché la cappella venne rilocalizzata e mutata di titolo: da S. Giuseppe al SS. Crocifisso, probabilmente secondo le disposizioni del conte Giacinto Lodovico Alfieri (deceduto nel 1797, ultimo discendente maschile del casato di Magliano).

Nell’articolato ciclo pittorico a fresco, che adorna i vari settori della volta della sede cultuale, dedicata al SS. Crocifisso, si ravvisa particolarmente sopra l’altare il pregevole affresco trompe l’oeil con una finta balconata ove una decina di angioletti svolazzanti indicano la Sacra Sindone sorretta da un arcangelo.

Il lenzuolo funebre nel quale fu avvolto il corpo di Cristo qui a Magliano è raffigurato nell’ambito dei simboli della Passione, che sono trionfalmente proposti alla devozione degli astanti.

Secondo gli studiosi Franco Monetti ed Arabella Cifani la

«… allusiva decorazione di elegantissima resa cromatica […] dilata lo spazio aprendosi in alto a mostrare il cielo dal quale si affacciano angioletti e verso cui salgono rapidi angeli recanti trionfalmente la Croce. Da una finta balconata, sopra l’altare, altri angeli mostrano la Sindone; su di essi in un occhio di cielo appare la colomba dello Spirito.

Un tripudio di angioletti con i simboli della Passione è visibile pure sulle balconate dipinte che decorano in alto le pareti, sulle quali appaiono finti coretti; finte nicchie son sistemate infine nei pennacchi della cupola ed in esse sono dipinti quattro vasi di fiori …»

La specifica collocazione soprastante l’altare del soggetto sindonico sottolinea, tra l’altro, il rilievo di questa scelta devozionale che anche per gli Alfieri maglianesi ed astigiani, legati alla dinastia sabauda, viene considerata quale culto di grande prestigio.

Così come per l’intera opera architettonica, pure gli autori delle varie pitture nella cappella gentilizia sono per ora non identificabili compiutamente; “fluttuante” ne è pure la collocazione cronologica.

La cappella gentilizia – foto di Tripadvisor

Le opere di Operti

Le stesse tre pale d’altare lì osservabili (Cena in casa di Simone il lebbroso, Resurrezione di Lazzaro, Crocifissione) sono attribuite al cheraschese Sebastiano Taricco (1641-1710) da Giovanna Galante Garrone (1978), mentre gli studiosi Monetti e Cifani (1989) le assegnano al braidese Pietro Paolo Operti (1704-1793).

Per i pregevoli affreschi sulla volta ci si deve riferire ad un abile pittore quadraturista, attivo tra le province di Cuneo ed Asti nella seconda metà del Settecento.

La tipologia del soggetto sindonico, seppur in parte variata, ci riporta al diffuso modello del sacro lenzuolo funebre tra angeli, così come avviene – ad esempio – nell’affresco su una volta del santuario di Vicoforte, opera di Sebastiano Taricco del 1683.

Ma l’indicazione convincente va al citato artista braidese, come sostiene pure lo studioso Enrico Perotto in un suo saggio del 1991.

In effetti, anche per le sue opere certe del 1772 nella parrocchiale maglianese, è quel noto pittore il più probabile autore del ciclo barocco, verosimilmente realizzato fra il 1769 ed il 1772.

Del medesimo artista sono sia i settecenteschi affreschi con quadrature ed ornati in un altro salone al piano terreno del palazzo, sia i tre quadri su tela sopracitati nella cappella gentilizia.

Dell’Operti finora sono riscontrabili nel Roero altri lavori a: Castagnito, Corneliano d’Alba, Pocapaglia, Sanfré, Sommariva del Bosco e Sommariva Perno.

La residenza oggi

La residenza castellana è divenuta proprietà comunale dal 1986, acquisendola dalla Parrocchia maglianese di S. Andrea a cui l’aveva donata nel 1952 la marchesa Margherita Visconti Venosta Pallavicino Mossi, ultima discendente del casato Alfieri.

Dopo i primi lavori di restauro, in sei sale del piano nobile inizia l’allestimento del nucleo basilare del “Museo di arti e tradizioni popolari di Magliano Alfieri”.

La museale versione originaria (“La cultura del gesso nel Roero e nel Monferrato”), realizzata principalmente dal 1988, viene inaugurata nel 1994.

Poi nel 2015 viene ufficialmente aperto il “Museo civico Antonio Adriano. Teatro del paesaggio”, che si estende in tutti i vani rimanenti allo stesso piano ed in alcuni a quello inferiore nello storico edificio.

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