Letture golose
I vitigni rari dell'albese e dintorni Gamba di pernice, liseriet e nascetta
Enorme è stato in passato il patrimonio viticolo del nostro Paese. In Italia, a metà Ottocento, si contavano nei vigneti oltre 4.000 vitigni; oggi ne sono rimasti circa 450.
Grazie ai commerci marittimi furono introdotte sul nostro territorio, fin dall’VIII secolo a.C., numerose varietà di vite provenienti da diverse aree del Mediterraneo. Gran parte di esse si è estinta.
Eccone alcune, tutte molto rare, che meritano di essere ricordate.
Era un’uva buonissima, dolce, aromatica e soprattutto dotata di una buccia spessa. Tra i ricordi della mia fanciullezza emerge la figura di mio padre che, tornando a casa dalla vendemmia del moscato a Santo Stefano Belbo, mostrava subito un piccolo cestino d’uva.
La chiamava gamba di pernice.
Anni fa alcuni viticoltori di Calosso decisero di riportare in coltivazione questo interessante vitigno, salvandolo dall’estinzione.
Purtroppo quest’uva stava scomparendo tra Langhe e Monferrato. Ne sopravvissero soltanto alcuni ceppi nei vecchi vigneti. Anni fa alcuni viticoltori di Calosso decisero di riportare in coltivazione questo interessante vitigno, salvandolo di fatto dall’estinzione.

Il nome deriva dal fatto che il raspo tende ad arrossarsi durante l’estate, assumendo una colorazione simile alle zampe della pernice.
Citato dallo storico Nuvolone, era diffuso nei secoli scorsi in varie zone del Saluzzese e del Pinerolese, ma anche tra Alessandria e Casale. Grazie al suo sapore particolare veniva utilizzato soprattutto come uva da tavola.
Il gamba di pernice presenta un grappolo di media grandezza, a forma di piramide e piuttosto compatto, con peduncolo rosso violaceo e acini sferoidali di colore blu-nero, caratterizzati da una buccia spessa.
Il vino ottenuto ha un colore rubino chiaro e profumi molto intensi e persistenti, in cui si ritrovano aromi dolci e speziati.
Il vino ottenuto ha un colore rubino chiaro e profumi molto intensi e persistenti, in cui si ritrovano aromi dolci e speziati. Al palato risulta morbido, di media struttura e con una moderata tannicità. Si presta anche a un moderato affinamento in legno.
Con un decreto del 27 settembre 2011, il vino ottenuto da questa uva ha acquisito la DOC con il nome Calosso e Calosso Passarà. La denominazione interessa i comuni di Calosso, Castagnole delle Lanze e Costigliole d’Asti. Attualmente la superficie vitata è di circa 5 ettari.
Il Gamba di Pernice va servito in calici ISO o a tulipano e trova un ottimo abbinamento con salumi, carni e formaggi mediamente stagionati.
Il primo a parlarmene fu il professor Roberto Macaluso, mio insegnante di viticoltura alla Scuola Enologica di Alba.
In seguito, quando iniziai a interessarmi alla vicenda legata all’inquinamento dell’Acna e del Re Sole, ricordo bene che alcuni anziani viticoltori citavano spesso, nei loro tristi racconti, il liseriet bianco.
La viticoltura della Val Bormida era di ottimo livello, ma fu messa in ginocchio dagli scarichi riversati nel Bormida dalla fabbrica di Cengio.
Come è noto, la viticoltura della Val Bormida era di ottimo livello, ma fu messa in ginocchio dagli scarichi riversati nel Bormida dalla fabbrica di Cengio. Di fatto scomparvero tutti, o quasi, i vigneti; del liseriet rimasero soltanto poche viti qua e là.
Questi i caratteri della vite e dell’uva: foglie medie, grappolo medio e cilindrico, acino sferico non molto grande. Fiorisce e matura precocemente, verso i primi giorni di settembre, ed era spesso usata anche come uva da tavola.
Il vino ottenuto presenta un’ottima acidità tartarica e profumi mediamente intensi, con note fruttate. Proprio questa capacità di conservare sempre una buona acidità fissa fu presa in considerazione da alcuni enologi, negli anni Ottanta, per migliorare il Moscato d’Asti, in cui si notava una carenza di acidità, soprattutto in alcune annate e in alcune zone.
L’idea però non ebbe seguito: questioni tecniche a parte, sarebbe stato necessario modificare il disciplinare di produzione. Oggi il liseriet ritorna in qualche discussione o ai margini di qualche convegno tecnico.
Se nei programmi di rinascita della Val Bormida, oggi finalmente pulita, una nuova viticoltura troverà gli spazi che merita, chissà che tra Castino e Gorzegno il liseriet non possa tornare a occupare quei meravigliosi terrazzamenti che ha abitato per oltre due millenni.
Continuando il nostro percorso tra i vitigni rari e poco conosciuti, incontriamo la nascetta. Quasi scomparsa vent’anni fa, oggi ha trovato una precisa collocazione tra le DOC piemontesi.
Grazie alle appassionate ricerche del professor Carlo Arnulfo, insegnante di enologia presso la Scuola Enologica di Alba, della professoressa Anna Schneider e dei collaboratori del Centro per il Miglioramento Genetico della Vite dell’Università di Torino, la nascetta è stata iscritta alcuni anni fa nel Catalogo Nazionale delle Varietà di Vite.
La nascetta è un vitigno antico, coltivato da moltissimo tempo soprattutto nella zona di Novello e nei comuni vicini.
La nascetta è un vitigno antico, coltivato da moltissimo tempo soprattutto nella zona di Novello e nei comuni vicini. Il Rovasenda, nell’importante Ampelografia universale del 1877, la considera “uva delicatissima e vino squisito”, mentre nel 1895 l’illustre Fantini descrive il vino Nascetta come dotato di “una finezza uguale al Moscato”.
Gli studi di genetica e biologia della vite indicano la Nnascetta come un vitigno autoctono delle colline novellesi, nelle Langhe piemontesi.

L’uva si presenta con un grappolo abbastanza grande e compatto, a bacca bianca. L’acino, di media grandezza, è sferoidale. Il vino ottenuto è di colore giallo paglierino con riflessi verdognoli e risulta molto profumato, anche grazie alla presenza di linalolo.
Ma sentiamo un produttore della zona che ha creduto in questo vitigno:
Abbiamo messo a dimora, circa sei anni fa, barbatelle di Nascetta in località Loirano. Vinifichiamo la Nascetta con criomacerazione a freddo per circa 12 ore e imbottigliamo il vino nell’estate successiva. Lo commercializziamo soprattutto sui mercati esteri.
Azienda Agricola RivettoSinio
Tra le cantine di Novello che hanno creduto in questo vino citiamo anche l’Azienda Agricola Le Strette dei fratelli Daniele, Mauro e Savio.
In Piemonte esistono due DOC riferite al vitigno nascetta: Langhe Nascetta e Langhe Nascetta del Comune di Novello. La superficie totale è di 7,92 ettari, per una produzione di circa 54.000 bottiglie.
Terminiamo questa serie di articoli sui vitigni rari o estinti con l’uva Baco.
Il nome dice poco ai giovani viticoltori, ma se parlate con anziani di Langa o Monferrato certamente ricorderanno una qualità di uva piuttosto modesta.
Con una peculiarità: faceva parte dei cosiddetti Ibridi Produttori Diretti, vitigni ottenuti dall‘incrocio tra vite europea e vite americana e diffusi in Europa dopo la crisi della fillossera.
La fillossera fu combattuta soprattutto innestando le varietà europee su portainnesti americani resistenti, ma in quegli anni si diffusero anche questi ibridi, apprezzati perchè potevano produrre uva senza bisogno di innesto.
L’innesto su radici resistenti di viti americane permise di debellare il parassita, ma richiedeva l’innesto delle barbatelle europee. Furono quindi diffusi vitigni ottenuti per ibridazione tra vite europea e viti americane.
I vantaggi erano notevoli: nessun trattamento a base di zolfo o verderame e nessun utilizzo di portainnesti.
Il più conosciuto di questi vitigni è stato sicuramente l’Isabella, chiamata comunemente uva fragola. Ricordiamo anche il Clinton. Ancora oggi ne esistono pergole o rari filari; del Baco, invece, si è quasi persa traccia.
La qualità dell’uva non era certo favolosa, nonostante quanto promettessero i cataloghi commerciali.
La qualità dell’uva non era certo favolosa, nonostante quanto promettessero i cataloghi commerciali: grappolo medio, abbastanza compatto, acino medio-piccolo, buccia non molto spessa e colore nero-violaceo poco intenso.
Era usata per il consumo diretto, ma anche per produrre vino a livello familiare.
Tra il 1930 e il 1935 era molto diffusa, grazie anche a uno strano personaggio che prese proprio il nome dell’uva. Lo soprannominavano Baco.
Era un dritto? Era un imbroglione? Oppure soltanto un vivaista?
Negli anni Trenta, riguardo all’acquisto delle cosiddette viti americane, sorsero due problemi: dove trovarle e come innestarle.
In entrambi i casi ci furono problemi. Accanto a vivaisti molto seri, che garantivano le barbatelle per origine e attecchimento, ci furono anche alcuni furbetti che misero in atto autentiche fregature. Il migliore di tutti si faceva chiamare Baco.
Girava con una Balilla nera a tre marce, con tanto di autista e il baule sempre pieno di viti americane. Ne vendette moltissime, ma era una fregatura: nel 1937 intervenne la Scuola Enologica di Alba per farlo smettere.
Il preside, professor Tommaso Ferraris, disse che lo avrebbe denunciato, perché l’uva che si ricavava non valeva proprio niente e per il vino non serviva a nulla.
Baco morì a Bra nel dopoguerra. Ancora oggi resta un po’ di simpatia per questa figura senz’altro originale.
Baco morì a Bra nel dopoguerra. Ancora oggi resta un po’ di simpatia per questa figura senz’altro originale, sulla quale, come disse anni fa un viticoltore di Perno, “si potrebbe tranquillamente scrivere un libro”.
La vendita di viti americane — o meglio dell’ibrido produttore diretto Riparia Vinifera numero catalogo 24, ottenuto in Francia — non portò molta fortuna a Baco. Gli rimase soltanto il soprannome del vivaista francese.
Anche la sua uva è scomparsa: qualche topia si trovava ancora nei giardini delle ville sulla collina di Alba fino agli anni Cinquanta.

Ma i cacciatori che ancora oggi frequentano le rive del torrente Rea, a Dogliani, trovano una casa con la scritta ancora ben leggibile: “Viti americane”.
Nei dintorni tutto è a gerbido; qua e là è rimasta qualche vite soffocata dalle erbacce. Nascosti ci sono anche piccoli grappoli con acini neri, piccoli come pallini per la lepre. È l’uva di Baco.