Alba - Piazza delle Torri (ora Risorgimento o del Duomo nella vulgata)

Sulle tracce del Barolo #6: Alba e Bra

Quando ci siamo lasciati, dopo la nostra visita alla storica Fontanafredda, vi avevo promesso che in questo nostro ultimo appuntamento avremmo avuto una sorpresa.

E infatti ecco che, dopo Alba, visiteremo anche Bra. Una città oggi priva di vocazione vinicola ma che in passato, forse, fu il vero centro di produzione del Barolo.

Ad Alba: la ditta Calissano

In Alba, la ditta Calissano, fondata nel 1875, fu tra i maggiori produttori di Barolo a cavallo tra i due secoli.

Nulla è rimasto di quel bellissimo cortile ove intere generazioni di cantinieri e spumantisti hanno prodotto i migliori vini e spumanti dell’albese. Dopo vari passaggi di proprietà, intorno agli anni ’90, tutto fu abbattuto ed oggi un moderno edificio ospita banche e uffici.

Un classico esempio di mancato recupero di uno storico edificio industriale, una perdita culturale per tutta la città di Alba, per tutti gli appassionati di vino.

Fu Bra il vero centro della produzione del Barolo?

Chiesa di Santa Chiara - Bra - foto di T. Gerbaldo

Chiesa di Santa Chiara – Bra – foto di T. Gerbaldo

Bra nell ‘800 fu il centro principale della produzione del Barolo.

Non a caso a Vienna, durante l’esposizione internazionale del 1873, il Barolo delle cantine Fissore di Bra trionfa con la medaglia d’oro, ma nella piccola città piemontese sono attive altre cantine: Manissero, Boglione, Bonardi, Ternavasio secondo quanto riporta la “Guida di Bra e dintorni” del 1875.

La cantina “Matteo Cav. Fissore e figlio” era sorta nel 1859 in via Vittorio Emanuele II 66, e divenne presto importante e prestigiosa etichetta di Barolo del secolo scorso.

La cantina acquistava uve nelle migliori posizioni di Langa e produceva i classici rossi piemontesi, ma nel listino si trovavano anche Gavi, Brachetto e Vermouth, citiamo inoltre “Barolino Chinato” e il “Gran Vino Barolo”.

Dopo tre generazioni chiuse i battenti nel 1950. Oggi l’edificio è un normale condominio.

Anche Manissero, importante commerciante di uve nell’ottocento, ha chiuso i battenti negli anni ’20. Il bell’edificio con giardino è adibito ad abitazione.

Gli Ascheri di Bra

La grande tradizione vinicola di Bra è conservata solo dalle cantine Giacomo Ascheri, unico produttore rimasto con un listino che comprende i migliori vini piemontesi.

La famiglia Ascheri ha origini antichissime: citato Ascherius nel “Rigestum” del comune di Alba del 1196. Nel secolo scorso sono presenti a La Morra e nel 1880 Giacomo Ascheri si trasferisce a Bra in via Piumatti 19, ove inizia la produzione di Barolo.

Nel 1960 le cantine vennero ampliate e ristrutturate e spostate di poche decine di metri.

Con un intelligente recupero di alcuni locali della vecchia cantina nel 1994, la famiglia Ascheri ha avviato l’”Osteria Muri Vecchi”, un luogo di incontro per valorizzare cucina territoriale e vino intesi come elementi di convivialità, di cultura e di socialità.

La “grotta dei Russi”

Nella città di Bra ci sono ancora le cantine del Russi o meglio la grotta di Giovanni Battista Ternavasio, il generale dell’esercito napoleonico che fu decorato per la campagna di Russia e dopo il congedo, intorno al 1820, fondò a Bra intorno al 1820 la casa vinicola Ternavasio.

Acquistò da un ordine religioso un edificio, lo adattò a cantina,che  restò in funzione sino al 1917. Oggi sono un condominio.

Ma la sua fama resta legata alla cosiddetta “grotta del Russi”, un’ imponente serie di gallerie fatte scavare sotto la cantina a scopo promozionale.

La grotta l’ho potuta visitare in parte nel 1992, grazie alla cortesia di Matteo Ascheri, e sicuramente era una delle più belle realizzazioni in campo enologico.

Sull’esempio francese – gallerie nello Champagne – e su progetto dell’architetto Onofrio di Torino era costituita da un grande salone circolare largo oltre 20 metri, sorretto da sedici bellissime colonne, da qui a raggiera partivano quattro gallerie, alte sei metri, terminanti in rotonde dal diametro di otto metri, raccordate a loro volta da gallerie esterne circolari.

La grotta poteva immagazzinare circa 400.000 bottiglie in appositi fori scavati nelle pareti.

Appositi candelabri e lumi illuminavano la grotta, per un percorso promozionale veramente originale per l’epoca e per gli importanti visitatori, citiamo solamente lo zar Nicola II e il re Vittorio Emanuele III.

La grotta dopo il 1917, con la chiusura della ditta Ternavasio, andò in disuso, rifugio di partigiani durante la resistenza, deposito di sale nel dopoguerra, subì molti crolli soprattutto nel 1972 per lavori in edifici circostanti.

Oggi per motivi di sicurezza è inaccessibile e in stato di totale abbandono, con il tempo crollerà tutto.

Un grandioso spettacolo “Son et Lumiere” con il contorno di ben 400.000 bottiglie di Barolo accolse i reali d’Italia e lo Zar . Era il 1904.

La decadenza di Bra

Per quali motivi Bra ha perso il ruolo imprenditoriale nell’industria enologica?

Probabilmente le prime difficoltà arrivarono con la crisi degli anni trenta, con i fallimenti Mirafiore e Calissano in Alba e la chiusura, in provincia, delle casse rurali di ispirazione cattolica.

Il dopoguerra vede Bra e il suo territorio cambiare radicalmente.

Emergono altre industrie, altre attività; il settore agricolo, quindi anche la viticoltura, sono attività marginali nel contesto delle scelte politico-economiche nazionali, i consumi di vino non sono certamente di qualità, le prime DOC debbono essere ancora discusse.

Poco alla volta – con la sola eccezione di Ascheri – chiudono tutte le cantine.

Manca anche la sensibilità del territorio, degli enti e degli amministratori. Chiude i battenti la storica ditta Bianchi (vermouth e liquori) con il bellissimo stabilimento liberty, con i bellissimi e originali impianti produttivi.

Perchè non si è salvato il tutto?

Un restauro conservativo, sullo stile Fiat-Lingotto, era impossibile? Per un museo dei luoghi e della memoria, per tramandare una tradizione ma sopratutto per rendere doverosa gratitudine a quelle cantine e a quegli imprenditori di Bra che, nel secolo scorso, furono i pionieri della valorizzazione commerciale del Barolo su tutti i mercati del Mondo.

Alcune riflessioni

L’importanza della conservazione dei luoghi e delle memoria di un vino ormai è un dato consolidato, i vantaggi per tutto il territorio e per i soggetti della filiera vinicola sono enormi.

Un solo dato: che cosa rimane dell’immagine di un grande di un vino senza la sua storia? Le sue tradizioni? Il suo paesaggio?

Il recupero del quartiere degli Chartrons di Bordeaux sulle rive della Garonna, sede delle grandi case di commercio vinicolo fu un’autentica operazione culturale di politici ed imprenditori, che ebbe eco internazionale anche al Centre Pompidou a Parigi.

Lo stesso si può dire della conservazione, sotto forma nientemeno di monumento nazionale, degli edifici delle cantine di Groot Constantia in Sud Africa; eppure l’omonimo e famosissimo vino da dessert è solo un ricordo del secolo XIX.

Sul Barolo c’è ancora molto, moltissimo da scoprire, da studiare, da valorizzare.

Un progetto di ricerca e salvaguardia storico-culturale su questo vino che trovi protagonisti attivi enti pubblici e privati è proprio improponibile?

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