Stefano Aprile, trifulao albese, presso la trifulaia didattica al Ristorante Il Vigneto di Roddi

L’habitat del tartufo, strumento di sostenibilità ambientale

C’è un aspetto molto importante dell’intero sistema di raccolta dei tartufi che molti ignorano, e che gli da un valore aggiunto non indifferente: una volta tanto, gli interessi dell’uomo e il loro compimento sono sostenibili.

Tendenzialmente, in qualsiasi operazione di agricoltura o produzione di beni quotidiani, per quanto si cerchi di limitare i danni si lascia un’impronta negativa sulla natura.

Questo magico, capriccioso fungo ipogeo cambia le carte in tavola: l’ecosistema in cui si sviluppa richiede standard di biodiversità molto elevati; l’uomo è costretto non solo a mantenere l’ambiente com’è, ma a salvaguardarlo.

Ecco quindi che, con il mercato in crescita costante, ci si attiva su di un piano ambientalistico per creare nuove riserve, nuovi habitat adatti alla sua crescita. E sebbene il fine sia puramente economico, il mezzo fa proprio al caso nostro.

L’habitat del tartufo

Ogni specie di tartufo ha delle esigenze precise riguardo al suolo.

Un fattore che accomuna però ogni terreno portato alla nascita dei tartufi è la presenza di calcio in abbondanza, e da qui deriva una spiegazione per la fortuna delle nostre terre.

Come molti sanno, infatti, questa regione era in origine occupata dal mare, ricco di carbonato (calcare).

Gli stessi terreni che caratterizzavano allora il fondale marino, sono quelli che oggi tanto si prestano non solo al tartufo, ma anche alla viticoltura, in cui il carbonato è un elemento chiave, essenziale per raggiungere la qualità riconosciuta delle nostre produzioni.

Molto spesso infatti le aree vocate al tartufo coincidono con quelle che dan vita a grandi vini.

Ma questo particolare fungo è imprevedibile: può nascere ovunque si trovi l’apparato radicale di un albero ad esso congeniale, anche in una vigna, dove un palo di salice o di quercia abbia attecchito grazie alle risorse infinite della natura.

Il tartufo bianco

Questa varietà è sicuramente la più difficile e esigente.

Non per altro il suo prezzo supera notevolmente quello di qualsiasi altra, e la sua fama ha conquistato il mondo e attrae visitatori da ogni dove.

Per il suo sviluppo il terreno dev’essere limoso, relativamente fertile, e con un bilancio corretto tra argilla e sabbia. Ha pure importanza l’altitudine: è molto raro oltre i 600-700 metri.

I migliori habitat sono i boschi di invasione, zone precedentemente coltivate lasciate a loro stesse, che non abbiano però ancora raggiunto il grado di riempimento totale degli spazi.

Gli indizi da cercare sono piante di nocciole, pioppi, querce, che però non appaiano troppo “pettinate”. L’uomo non crea una tartufaia, si limita a mettere insieme i giusti presupposti per il suo sviluppo.

Il tartufo nero

A differenza del tartufo bianco, quello nero si adatta a zone diverse, purché ricche di calcio.

Predilige terreni poveri, ricchi di scheletro (ghiaia e ciottoli), ma anche nei terreni del bianco cresce senza difficoltà.

Lo Scorzone, o tartufo nero estivo, è altrettanto versatile. Non ama tuttavia il bosco fitto e ombroso, e si lega bene ad alberi isolati o lungo i corsi d’acqua.

Le piante simbiotiche del tartufo

Esistono diverse specie di piante con cui il tartufo può entrare in simbiosi. Quelle presenti nella vegetazione piemontese sono le seguenti:

  • alberi isolati di pioppi, querce e tigli
  • salice (selvatici e domestici)
  • gura (o salice bianco)
  • nocciolo selvatico
  • sambuco
  • sanguin
  • roverello
  • farnia

Tartufaie urbane e il tartufo di città

Un’altra cosa che in pochi sanno del tartufo è che, per quanto il suo sviluppo sia difficile e delicato, capita che cresca nel posto meno sospettabile: in centro città.

Alba in particolare può vantare diverse tartufaie “urbane”, che si nascondono sotto gli occhi di tutti tra le vie del centro.

Si parla solitamente di giardini pubblici, parchi e aiuole, ma non è impossibile che crescano sotto muretti o marciapiedi.

Questa strana situazione è dovuta al fatto che, nel terreno dei centri abitati, calcinacci ricchi di carbonato si mescolino al suolo, dissolvendosi lentamente e liberando alti contenuti di calcio, che come abbiamo visto precedentemente è il compagno numero uno del tartufo.

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