Pavese & le Langhe: il mito delle colline ed il mito nelle colline – parte 4

A proposito di questi simboli, il falò è particolarmente significativo anche per la questione relativa al ciclo temporale della Luna e i falò.

Forma della fiamma che arde, uno dei suoi compiti è quello di bruciare e cancellare, esattamente per come accade al corpo di Santina, che viene arsa dai partigiani perché il suo corpo non fosse profanato in seguito alla sua morte.

La distruzione del passato, come in questo caso, è presente in absentia nel romanzo: del corpo della ragazza non si conserva che un giaciglio bruciato, la traccia del letto di un falò, mostrando come nella campagna il dar fuoco alle erbacce giova notevolmente al terreno.

Il mito nelle colline

Simbolo di morte, irrecuperabilità e distacco totale, ma anche di rinascita mitica che riporta tutto sempre alla stessa compagine, il falò è una caratteristica peculiare della collina.

Così Anguilla, una volta andato in America, non può che cercare una possibile materializzazione della sua mitopéia agreste, e come tale dice di aver fatto quanto racconta che

[d]i Nuto musicante avevo avuto notizie fresche addirittura in America – quanti anni fa? – quando ancora non pensavo a tornare, quando avevo mollato la squadra ferrovieri e di stazione in stazione ero arrivato in California e vedendo quelle lunghe colline sotto il sole avevo detto: «Sono a casa». (Cesare Pavese, La luna e i falò, capitolo III)

L’importanza dell’amico/guida Nuto-Virgilio

Come emerge chiaramente da qui, il rapporto con il luogo è strettissimo ed indelebile, tanto da ricercarne un surrogato non appena ci si allontana da esso.

Non a caso, prima ancora di questo estratto, Anguilla racconta, introducendo il suo mondo ritrovato, che

[d]a quando, ragazzo, al cancello della Mora mi appoggiavo al badile e ascoltavo le chiacchiere dei perdigiorno di passaggio sullo stradone, per me le collinette di Canelli sono la porta del mondo. Nuto che, in confronto con me, non si è mai allontanato dal Salto, dice che per farcela a vivere in questa valle non bisogna mai uscirne. (Cesare Pavese, La luna e i falò, capitolo I)

Ancora una volta torna la virgiliana figura di Nuto, sulle parole della quale il dantesco Anguilla riflette – facendo trasparire, probabilmente, il pensiero di Pavese sull’attaccatura ai luoghi collinari del Piemonte – illumina il quadro della situazione, mostrando di essere molto più esperto dell’amico nel mestiere di vivere che la Langa, e nella fattispecie i paesi in questione, richiede.

È infatti proprio Nuto a spezzare il contatto mitico di Anguilla, ad incrinare il suo desiderio di aspirazione panica, facendogli osservare – e di questo il ritrovamento del giaciglio bruciato di Santina è conferma – come il tempo, la guerra e la Resistenza avessero cambiato profondamente il luogo, nonostante tutto fosse ripetuto nel suo solito sempreuguale:

Qui Nuto diceva che avevo torto, che dovevo ribellarmi che su quelle colline si facesse ancora una vita bestiale, inumana, che la guerra non fosse servita a niente, che tutto fosse come prima, salvo i morti. (Cesare Pavese, La luna e i falò, capitolo X)

“Per farcela a vivere in questa valle non bisogna mai uscirne”

La morale di Nuto è più che chiara: nonostante la diagnosi di Anguilla, con l’estasi che il ritorno aveva prodotto in lui, la vita delle colline non è quella del mito, ma una completamente differente, ravvicinabile forse, per metafora, alla distanza siderale che c’è tra la luna ed i falò sulla collina, i quali entrambi splendono di luce propria ma non possono che guardarsi, inconciliabilmente.

Nuto ha comunque ragione: effettivamente durante la Resistenza “il sangue era corso per quelle colline come il mosto sotto i torchi” (Cesare Pavese, La luna e i falò, capitolo XIII), quindi ciò non dovrebbe essere ignorato da Anguilla nel prendere in considerazione un ritorno definitivo, in pianta stabile.

Anguilla dovrebbe, quindi, per dirla con Pavese, dissolvere l’alone di ingenuità che lo fagocita dal primo momento del suo ritorno, ma per farlo dovrebbe interpretare i simboli che lo catapultano in una sorta di nostalgico “stato di grazia”.

La natura della Langa, quindi, è l’oggetto con cui il protagonista si inebria, di cui dovrebbe piuttosto squarciare il velo ed, illuministicamente, osservarne le condizioni per giungere alla conoscenza di se stesso.

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