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Pavese & le Langhe: Il mito delle colline ed il mito nelle colline – parte 1

Sicuramente complementare al discorso riguardante il simbolo è, come abbiamo visto, il discorso sul mito. Potrebbe essere particolarmente utile iniziare subito con una citazione assolutamente centrale in quanto rivela l’importanza del legame tra simbolo e mito:

Un mito è sempre simbolico; per questo non ha mai un significato univoco, allegorico, ma vive di una vita incapsulata che, a seconda del terreno e dell’umore che l’avvolge, può esplodere nelle più diverse e molteplici fioriture.

Esso è un evento unico assoluto; un concentrato di potenza vitale da altre sfere che non la nostra quotidiana, e come tale versa un’aura di miracolo in tutto ciò che lo presuppone e gli somiglia. (Cesare Pavese, Del mito, del simbolo e d’altro, in Feria d’agosto)

Il mito come tratto tipico

Il ragionamento di Pavese è estremamente chiaro: il mito è un qualcosa che permea la vita dell’uomo ed è personale per ogni uomo, e come tale ogni uomo dovrebbe riuscire a distinguere i propri simboli ed i propri miti.

In altre parole, il procedimento mitologico (e mitopoietco) è connaturato all’uomo, è un tratto tipico dell’esistenza umana che prende le mosse dal procedimento simbolico.

Come si può ben vedere, questa parte coinvolge un lato di Pavese che è, per quanto accessibile nei suoi testi, intricato: mettere a confronto dei racconti con un romanzo è un’operazione più immediata rispetto al ricercare nella Luna e i falò l’applicazione pratica di quanto viene enunciato in Feria d’agosto.

Insomma: Pavese aveva ben presente le sue riflessioni sul mito, era conscio del fatto che queste facessero da base al suo ultimo romanzo, e quindi proprio per questo per ritrovarne almeno l’embrione teorico, quando non la corrispondenza perfetta, bisogna scavare al di sotto della superficie, tenendo ben a mente le assonanze letterarie.

L’appunto, dal diario, risalente al 13 maggio 1948, mostra una lampante correzione di stampo illuministico, finalizzata all’autocoscienza ed all’analisi di sé, grazie alla quale Pavese apre la strada all’analisi critica:

[…]

Raccogliere tutte le proprie situazioni tipiche (per questo tu sei nato):

violenza e sangue sui campi                                                                               26 nov. ‘49

festa in collina                                                                                | Non è il tema della Luna e i falò?

camminata in cresta

mare da riva

(Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, 13 maggio 1948)

Pavese critico ed interprete di se stesso

A più di un anno di distanza dalla sua riflessione circa il proprio compito, Pavese si fa ermeneuta, interprete specializzato di se stesso e si domanda, introspettivamente, se non ha riversato il suo progetto nel romanzo che era a punto di finire.

Queste situazioni, peraltro, ricorrono in molti punti di Feria d’agosto, come osservato in precedenza.

È proprio da questo terreno che Pavese trae l’ispirazione per la sua teoria del mito, per la quale però è necessario richiamare in causa l’apporto della dimensione infantile, di ragazzo, più precisamente nella fase sùbito successiva a quella che prevede la sedimentazione del simbolo nella propria psiche personale.

Tanto più è vero questo se si guarda alle parole della prosa Del mito, del simbolo ed altro contenuta in Feria d’agosto.

Questo scritto dimostra un Pavese poliedrico, incline anche – come la sua vicenda editoriale all’Einaudi dimostra – all’antropologia ed agli studi di stampo psicologico, ai quali si ravvicina nelle sue riflessioni psico-pedagogiche.

Si rifletta su queste parole:

Una piana in mezzo a colline, fatta di prati e alberi a quinte successive e attraversate da larghe radure, nella mattina di settembre, quando un po’ di foschia le spicca da terra, t’interessa per l’evidente carattere di luogo sacro che dovette assumere in passato. Nelle radure, feste fiori sacrifici sull’orlo del mistero che accenna e minaccia di tra le ombre silvestri. Là, sul confine tra cielo e tronco, poteva sbucare il dio. Ora, carattere, non dico della poesia, ma della fiaba mitica è la consacrazione dei luoghi unici, legati a un fatto a una gesta a un evento. A un luogo, tra tutti, si dà un significato assoluto, isolandolo nel mondo. Cosí sono nati i santuari. Cosí a ciascuno i luoghi dell’infanzia ritornano alla memoria; in essi accaddero cose che li han fatti unici e li trascelgono sul resto del mondo con questo suggello mitico. (Cesare Pavese, Del mito, del simbolo e d’altro, in Feria d’agosto)

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