Cesare Pavese

Lavorare stanca: la vita di Pavese in due opere

Cesare Pavese si dedicò alla poesia ai due estremi della sua carriera letteraria: all’inizio e alla fine. Nel mezzo si dette alla prosa, che gli riservò maggiori soddisfazioni e che gli valse la consacrazione nel panorama letterario italiano. Tuttavia le sue poesie, sin dalla prima raccolta Lavorare stanca del 1936 rappresentano l’espressione più genuina ed evidente dell’anima dell’autore. Schivo, ipersensibile, sofferente e solitario. Il suo isolamento interiore lo rese un profondo osservatore della realtà circostante poiché il silenzio e la solitudine sono condizioni ideali per la contemplazione. Ricorrono temi fondamentali quali la ‘collina’, la ‘terra’ la ‘vigna’ e il ‘vento’, derivati dall’infanzia trascorsa nelle Langhe; il duro lavoro di contadini ed operai affrontato con il doppio punto di vista ideologico e sentimentale; la donna come oggetto di un amore tenero e feroce e sempre inappagato.

Cesare Pavese - Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Cesare Pavese – Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Tutto ciò viene portato alle estreme conseguenze nella raccolta successiva, il cui titolo di per sé è eloquente tanto quanto i testi che contiene: Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Qui il linguaggio è pervaso da una passionalità quasi romantica, rivelando uno stile più nostalgico rispetto al passato. Ogni verso è carico di verità drammatiche ed inconfutabili; nessuna disperazione ma soltanto una cupa e pacata rassegnazione. Non per niente è l’ultima opera del poeta, pubblicata postuma nel 1951 e dedicata alla donna cui più di ogni altra si era legato: Constance Dowling, un’attrice americana che lo illuse per poi abbandonarlo ritornando negli Stati Uniti. Subito dopo questa ennesima delusione, Pavese scelse di mettere fine ai propri giorni. Non come atto di protesta, senza clamore o senso di ribellione, ma come seguendo un destino ineluttabile.

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L’ultimo verso del suo ultimo componimento descrive proprio la capitolazione di fronte all’impossibilità di continuare a vivere, alludendo ad una tetra discesa, lenta e silenziosa, inesorabile come un vortice che risucchia giù verso l’oblio.

Di seguito la poesia dal titolo “The cats will know” (traduzione “I gatti lo sapranno”) che Cesare Pavese dedica alla sua amata Costance Dowling.

 

The cats will know

Ancora cadrà la pioggia
sui tuoi dolci selciati,
una pioggia leggera
come un alito o un passo.
Ancora la brezza e l’alba
fioriranno leggere
come sotto il tuo passo,
quando tu rientrerai.
Tra fiori e davanzali
i gatti lo sapranno.

Ci saranno altri giorni,
ci saranno altre voci.
Sorriderai da sola.
I gatti lo sapranno.
Udrai parole antiche,
parole stanche e vane
come i costumi smessi
delle feste di ieri.
Farai gesti anche tu.
Risponderai parole ‒
viso di primavera,
farai gesti anche tu.

I gatti lo sapranno,
viso di primavera;
e la pioggia leggera,
l’alba color giacinto,
che dilaniano il cuore
di chi più non ti spera,
sono il triste sorriso
che sorridi da sola.
Ci saranno altri giorni,
altre voci e risvegli.
Soffriremo nell’alba,
viso di primavera.
io aprile ’50.

I testi citati in prima edizione sono
CESARE PAVESE, Lavorare stanca: versi, Firenze, Ed. Di Solaria, 1935

La seconda edizione, rivista dall’autore con alcune integrazioni e diversamente ordinata ad oggi più diffusa e nota è
CESARE PAVESE, Lavorare stanca, Torino, Einaudi 1943, 179 pp.
CESARE PAVESE, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, Torino, Einaudi, 1951, 46 pp.

 

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