Pavese & le Langhe: una “modesta Divina Commedia” – parte III

Dante_e_Beatrice,_Purgatorio,_Canto_XXX

Dante e Beatrice

Su questa linea, un altro motivo che lega Dante e La luna e i falò è proprio il viaggio che la coppia protagonista compie per le colline.

Il viaggio e l’ascensione

Esattamente come i due ragazzini de Il mare, Anguilla e Nuto percorrono un viaggio dalla spiccata dimensione ascensionistica, la quale prevedere la salita su per il colle fino ad arrivare ad un punto misterioso, lo stesso dove il romanzo chiuderà:

Da ragazzo fin lassù non c’ero mai potuto salire; da giovane lavoravo e mi accontentavo delle fiere e dei balli. Adesso, senza decidermi, rimuginavo che doveva esserci qualcosa lassù, sui pianori, dietro le canne e le ultime cascine sperdute. Che cosa poteva esserci? Lassù tra incolto e bruciato dal sole.
Cesare Pavese, La luna e i falò, capitolo IX.

Da questa e altre occasioni di viaggio emerge chiaramente la fisiologia della Langa, la quale assume consistenza grazie alle immagini degli abitanti di Santo Stefano Belbo, in particolare su coloro che abitano ora le zone che il protagonista aveva vissuto durante l’infanzia.

A questo sono ancora da aggiungere le peregrinazioni di Anguilla, simili a quelle di Dante nell’Inferno, le quali intessono la sutura del passato con il presente (il background temporale del romanzo stesso), dal quale nasce la compenetrazione tra i due tempi della vita del protagonista.

A proposito, estremamente importante è la figura della Beatrice dantesca, raffigurante l’amore e la salvazione dell’uomo che nel suo amore cerca la propria salvezza. Nella Commedia è proprio Virgilio che porta Dante alla sommità del Purgatorio, affidandolo poi a Beatrice, la quale sarà la sua guida nel Paradiso e lo porterà, in ultimo, fino alla contemplazione di Dio.

L’anti-modello dantesco

Ne la luna e i falò, però, questa redenzione non è presente, ma è presente quello che la critica ha giustamente definito un “anti-modello dantesco”: nell’ultima parte dell’ultimo capitolo, dopo aver compiuto la loro ultima ascensione, Nuto ed Anguilla arrivano al luogo dove il falò più mortale del romanzo ha bruciato il corpo di Santina, la candida ragazzina da cui il protagonista era ammaliato nella propria infanzia.

Nuto racconta la storia all’amico, dicendo che la vita della giovane è stata rovinata dalla politica ed il falò ha rappresentato il funerale laico che i partigiani le hanno concesso dopo averla fucilata a causa dei suoi legami con i fascisti e la locale Casa del fascio.

In realtà, il corpo è stato bruciato solo per non lasciare che così tanta bellezza finisse nelle mani di malintenzionati disposti, pur di possedere un corpo tanto splendido, a compiere un atto necrofilo.

Il capovolgimento di Beatrice, quindi, diventa effettivo con queste ultime parole di Nuto:

Nuto s’era seduto sul muretto e mi guardò col suo occhio testardo. Scosse il capo. – No, Santa no, – disse, non la trovano. Una donna come lei non si poteva coprirla di terra e lasciarla cosi. Faceva ancora gola a troppi. Ci pensò Baracca.
Fece tagliare tanto sarmento nella vigna e la coprimmo fin che bastò. Poi ci versammo la benzina e demmo fuoco. A mezzogiorno era tutta cenere. L’altr’anno c’era ancora il segno, come il letto di un falò.
Cesare Pavese, La luna e i falò, capitolo XXXII.

Le Beatrici di Pavese

Oltre a Santina, poi, anche le sue sorelle maggiori, Silvia ed Irene (le figlie della famiglia adottiva di Anguilla) possono essere considerate “le Beatrici” del romanzo in questione.

Durante la loro infanzia, infatti, furono proprio loro a svegliare nel ragazzo il pre-sentimento dell’amore verso una donna: con i loro modi dolci e delicati erano solite ammaliarlo, rendendo poi reale e fisica l’idea quando iniziarono ad avere le loro prime storie con ragazzi più grandi di loro.

L’alter ego di Pavese, dunque, maturò i suoi primi pensieri riguardo la bellezza e l’amore proprio grazie alle due sorelle (siccome Santina era ancora troppo piccola), aspirando ad una salvazione che mai avrebbe potuto ricevere da loro per colpa della differenza del rango familiare (egli rimaneva pur sempre un “bastardo” adottato dai loro genitori).

D’esempio a questo può essere l’angelica e celestiale visione di Irene mentre esegue un pezzo al pianoforte:

Nuto aveva detto a Irene che suonava come un’artista e che tutto il giorno lui sarebbe stato a ascoltare. E Irene allora l’aveva chiamato sul terrazzo (anch’io c’ero andato con lui) e a vetrata aperta aveva suonato dei pezzi difficili ma proprio belli, che riempivano la casa e si dovevano sentire fin nella vigna bianca sulla strada. Mi piaceva, accidenti.
Nuto ascoltava con le labbra in fuori come avesse imboccato il clarino, e io vedevo per la vetrata i fiori nella stanza, gli specchi, la schiena dritta d’Irene e le braccia che facevano sforzo, la testa bionda sul foglio. E vedevo la collina, le vigne, le rive – capivo che quella musica non era la musica che suonano le bande, parlava d’altro, non era fatta per Gaminella né per le albere di Belbo né per noi.
Cesare Pavese, La luna e i falò, capitolo XX.

Pavese & le Langhe: gli altri articoli

Di seguito l’elenco in ordine di pubblicazione degli articoli dedicati al rapporto di Pavese col territorio, la lingua e la letteratura:

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