Pavese & le Langhe: la questione della lingua – parte I

Crediti foto: Leonardo Sagnotti

Crediti foto: Leonardo Sagnotti

Uno dei punti cardine attorno a cui ruota il rapporto di Pavese con le Langhe è, sicuramente, l’uso della lingua, tanto nella sua intera produzione quanto in Feria d’agosto e La luna e i falò.

L’uso del dialetto piemontese

Ad un primo sguardo, l’incisione del dialetto in queste ultime due opere non sembrerebbe troppo differente dall’influenza del piemontese di cui alcuni romanzi dello scrittore risentono: un esempio, forse il più notevole, è quello di Paesi tuoi.

Oltre ad esso, anche nella poesia I mari del sud, a cui spesso Pavese fa riferimento ne il mestiere di vivere come punto saldo della sua produzione, si riscontra una forte propensione a mischiare il dialetto piemontese con la lingua letteraria, progetto che dà perciò prova delle mire pavesiane.

Su questa linea, quindi, La luna e i falò, ultimo romanzo pavesiano, non fa altro che chiudere un cerchio già iniziato in precedenza; prima di esso, invece, Feria d’agosto anticipa i modi secondo cui l’operazione linguistica verrà ultimata, riprendendo chiaramente da diversi momenti della produzione ad esso precedente.

Feria d’agosto e la Luna e i falò

In La langa, un racconto di Feria d’agosto, forse uno dei più sentiti da Pavese e sicuramente uno dei più vicini alla Luna e i falò, è presente un dato interessante da cui si può partire per delineare il piano d’azione (a livello linguistico) delle opere in questione.

In questo racconto una prima persona narrante parla del ritorno al suo paese d’origine:

Io sono un uomo molto ambizioso e lasciai da giovane il mio paese, con l’idea fissa di diventare qualcuno. Il mio paese sono quattro baracche e un gran fango, ma lo attraversa lo stradone provinciale dove giocavo da bambino. Siccome – ripeto – sono ambizioso, volevo girar tutto il mondo e, giunto nei siti più lontani, voltarmi e dire in presenza di tutti: «Non avete mai sentito nominare quei quattro tetti? Ebbene, io vengo di là!» Certi giorni, studiavo con più attenzione del solito il profilo della collina, poi chiudevo gli occhi e mi fingevo di essere già per il mondo a ripensare per filo e per segno al noto paesaggio.

In questo punto la vicinanza con Anguilla, il protagonista della Luna e i falò, è decisamente notevole: nel capitolo d’apertura del romanzo, infatti, la prima cosa di cui il protagonista parla è proprio la Langa dove ha trascorso la sua infanzia e giovinezza, quella di Santo Stefano Belbo, con i luoghi che era solito vivere da ragazzo.

Dopo averla lasciata in cerca di fortuna per il mondo, egli vi fa ritorno, senza sapere se lì è davvero nato, e si ritrova a riflettere, con il senno del tempo trascorso dalla sua partenza al suo ritorno:

Così questo paese, dove non sono nato, ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo. Adesso che il mondo l’ho visto davvero e so che è fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi di molto. Uno gira per mare e per terra, come i giovanotti dei miei tempi andavano sulle feste dei paesi intorno, e ballavano, e bevevano, si picchiavano, portavano a casa la bandiera e i pugni rotti.
Cesare Pavese, La luna e i falò, capitolo I.

Le immagini in lettaratura

La propensione “localistica” del romanzo, di cui La Langa rappresenta un abbozzo verosimile, si ritrova anche in alcuni pensieri del Mestiere di vivere, all’altezza dell’ottobre del 1935. In questo periodo Pavese riflette in maniera approfondita sulla “grande potenza di immagini” della letteratura, in particolare sulla presenza del paesaggio e della natura nella letteratura e analizza il rapporto (ma anche l’apporto) della percezione dell’ambiente con (e “verso”) la produzione letteraria, arrivando a considerazioni squisitamente critiche.

Da ciò emerge quanto per la sua poesia la componente paesaggistica, nella fattispecie piemontese, sia importante:

Certamente dev’essere possibile, anche per me, far poesia su materia non piemontese di sfondo. Dev’essere, ma
sinora non è stato quasi mai. Ciò significa che non sono ancora uscito dalla semplice rielaborazione dell’immagine materialmente rappresentata dai miei legami d’origine con l’ambiente: che, in altre parole, c’è nel mio lavorío poetico, un punto morto, gratuito, un sottinteso materiale, di cui non mi riesce di far senza. Ma è poi davvero un residuo oggettivo o sangue indispensabile?
Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, 10 ottobre 1935.

L’importanza degli “sfoghi/svaghi naturistici” nella poesia pavesiana è quindi più che notevole, spingendo addirittura lo scrittore ad interrogarsi riguardo al vitalizio rapporto in un modo quasi tassativo: “quale il mio paese tale io?”.

Pavese & le Langhe: gli altri articoli

Di seguito l’elenco in ordine di pubblicazione degli articoli dedicati al rapporto di Pavese col territorio, la lingua e la letteratura:

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