Pavese & le Langhe: la Langa, il selvaggio ed il paesaggio – parte 4

Aumentando i toni in una descrizione fortemente impressionistica di vigna e collina, Pavese continua, arrivando sempre più vicino alla sua teorizzazione del mito:

[q]ualcosa d’inaudito è accaduto o accadrà su questo teatro. Basta pensare alle ore della notte, o del crepuscolo, in cui la vigna non cade sotto gli occhi e si sa che si distende sotto il cielo, sempre uguale e raccolta. Si direbbe che nessuno vi è mai camminato, eppure c’è chi la lavora a tralcio a tralcio e alla vendemmia è tutta gaia di voci e di passi. Ma poi se ne vanno, ed è come una stanza in cui da tempo non entra nessuno e la finestra è aperta al cielo. Il giorno e la notte vi regnano; a volte vi fa fresco e coperto – è la pioggia-, nulla muta nella stanza, e il tempo non passa. Neanche sulla vigna il tempo passa; la sua stagione è settembre e torna sempre, e appare eterna. Solamente un ragazzo la conosce davvero; sono passati gli anni, ma davanti alla vigna l’uomo adulto contemplandola ritrova il ragazzo. Il sospetto di ciò che deve – che è dovuto – accadere, la mantiene la stessa e risuscita nel ricordo l’infanzia. (Cesare Pavese, La vigna, in Feria d’agosto)

 

“il riflesso delle nostre imprese e parole in quell’ambiente, su quelle facce”

Da questo passo emerge particolarmente la sospensione del tempo collegata alla miticità del luogo, ma anche la formazione basilare della mitopéia, la quale viene rivissuta nel magico momento di incontro tra il ragazzo e l’uomo, il quale sancisce – anche, e particolarmente, nella Luna e i falò – l’alternarsi vivo e pulsante del tempo del ricordo con quello del ritorno.

Sembra risuonare familiare, ora, un pensiero del Mestiere di vivere in cui, a Santo Stefano Belbo, Pavese si trova a riflettere circa i suoi esperimenti letterari, poco meno di un anno prima di iniziare la stesura del suo ultimo romanzo:

Perché la gloria venga gradita devono risuscitare morti, ringiovanire vecchi, tornare lontani. Noi l’abbiamo sognata in un piccolo ambiente, tra facce familiari che per noi erano il mondo e vorremmo vedere, ora che siamo cresciuti, il riflesso delle nostre imprese e parole in quell’ambiente, su quelle facce. Sono sparite, sono disperse, sono morte. Non torneranno mai più. E allora cerchiamo intorno disperati, cerchiamo di rifare l’ambiente, il piccolo mondo che c’ignorava ma ci voleva bene e doveva essere stupefatto di noi. Ma non c’è più. (Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, 8 febbraio 1949)

Un ultimo scorcio sulla narrativa: l’essenza di Pavese

Concludendo, mi pare giusto ricollegarsi ad un passo estremamente importante, sempre tratto dalla Vigna, in cui Pavese affronta e scende a patti con la teoria del mito, attraversa metafisicamente il paesaggio circostante ed illumina il suo lettore con uno dei suoi passaggi più belli e vibranti, offrendogli un motivo di riflessione canalizzato in un’ottima prova di talento letterario, e non solo. Così, egli scrive della propria collina e della vigna, e così sembra giusto che la si ricordi:

Il ragazzo saliva per questi sentieri, vi saliva e non pensava a ricordare; non sapeva che l’attimo sarebbe durato come un germe e che un’ansia di afferrarlo e conoscerlo a fondo l’avrebbe in avvenire dilatato oltre il tempo. Forse quest’attimo era fatto di nulla, ma stava proprio in questo il suo avvenire. Un semplice e profondo nulla, non ricordato perché non ne valeva la pena, disteso nei giorni e poi perduto, riaffiora davanti al sentiero, alla vigna, e si scopre infantile, di là dalle cose e dal tempo, com’era allora che il tempo per il ragazzo non esisteva. E allora qualcosa è davvero accaduto. È accaduto un istante fa, è l’istante stesso: l’uomo e il ragazzo s’incontrano e sanno e si dicono che il tempo è sfumato.

L’uomo sa queste cose contemplando la vigna. E tutto l’accumulo, la lenta ricchezza di ricordi d’ogni sorta, non è nulla di fronte alla certezza di quest’estasi immemoriale. Ci sono cieli e piante, e stagioni e ritorni, ritrovamenti e dolcezze, ma questo è soltanto passato che la vita riplasma come giochi di nubi. La vigna è fatta anche di questo, un miele dell’anima, e qualcosa nel suo orizzonte apre plausibili vedute di nostalgia e di speranza. Insoliti eventi vi possono accadere che la sola fantasia suscita, ma non l’evento che soggiace a tutti quanti e tutti abolisce: la scomparsa del tempo. Questo non accade, è; anzi è la vigna stessa. Davanti al sentiero che sale all’orizzonte, l’uomo non ritorna ragazzo: è ragazzo. Per un attimo, in cui giunge a far tacere ogni ricordo, si trova entro gli occhi la vigna immobile, istintiva, immutabile, quale ha sempre saputo di avere nel cuore. E non accade nulla, perché nulla può accadere che sia più vasto di questa presenza. Non occorre nemmeno fermarsi davanti alla vigna e riconoscerne i tratti familiari e inauditi. Basta l’attimo dell’incontro e già il ragazzo e l’uomo adulto han cominciato il loro dialogo che ricco di giorni, dall’inizio non muta. (Cesare Pavese, La vigna, in Feria d’agosto)

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