Letture golose
Un Sorso per Iniziare #1 Il dolcetto in tutte le sue forme
Questa rubrica nasce per aiutarti a muovere i primi passi nel mondo dei vini di Langa. Poco tecnica, un po’ scherzosa e, speriamo, informativa.
Come primo vino abbiamo scelto il Dolcetto: perché era il vino che beveva mio nonno nel pintone a tavola tutti i giorni, perché a me piace molto, e poi perché, secondo me, è uno fra i più grandi “incompresi” di Langa.
Non farti fregare dal nome, non c’è dolcezza in questo calice: qui si gioca di bicchiere asciutto, frutto pieno e un finale (a volte) leggermente ammandorlato.
Un grazie a Walter Abrigo che ci ha aiutato a compilare questo articolo.
Citato già nel 1303, il Dolcetto è un vitigno “di collina”, perché ama sole e vento, e “di cucina”, perché è piuttosto facile da abbinare.
Nasce per stare bene con piatti da tutti i giorni e te lo puoi godere senza dove aspettare anni.
Nelle Langhe lo trovi in versioni diverse a seconda delle zone e dello stile di cantina: c’è chi punta tutto su frutto e scorrevolezza, altre cercano più struttura e profondità.
Come dicevo, il Dolcetto è, secondo me, uno degli incompresi delle Langhe.
Non solo perchè il suo nome genera confusione, ma anche perché negli anni si è trascinato dietro la fama di vino un po’ trascurabile e con poca personalità. Ma quindi, che gusto ha davvero?
Frutta rossa matura (ciliegia), sensazioni vinose, a volte una sfumatura floreale semplice. Più che essere ‘complicato’, il Dolcetto è riconoscibile e pulito.
È secco, con tannino percepibile ma non aggressivo e un ritmo che invita al boccone. Il finale può avere quella tipica nota amarognola / mandorlata che lo rende interessante negli abbinamenti.
Aspettarsi dolcezza perché si chiama Dolcetto. Il nome racconta l’uva (poco acida e quindi ottima da mettere in tavola), non il tipo di vino, che è sempre secco.
Nelle Langhe il Dolcetto assume tre vesti principali, legate alle zone di produzione: l’albese, il comune di Diano d’Alba, e Dogliani.
Menzione speciale va all’Ovada DOCG, fuori zona rispetto alle Langhe, ma sicuramente interessante per le sue caratteristiche: vini che si prestano ad essere invecchiati e che presentano tratti molto diversi fra loro, uno specchio del territorio eterogeneo dell’area in cui viene prodotto.
Nelle denominazioni che abbiamo citato lo trovi quasi sempre in due tagli, la versione classica e la Superiore.
Se ti vuoi orientare su una cucina non troppo impegnativa, per esempio piatti primaverili con verdure e formaggi, la versione classica è di solito la più centrata.

Quando invece il piatto si fa più intenso – carni salsate, stufati, stracotti e in generale sapori più autunnali – conviene salire di passo e puntare sulla Superiore, che tende ad avere più struttura e “spalle” per reggere il boccone.
Se vuoi scorrevolezza e frutto, scegli versioni pensate per la bevuta giovane.
Se vuoi un Dolcetto più ‘importante’, esplora il Dogliani e alcune interpretazioni più ambiziose.
Se vuoi qualcosa da abbinare ai piatti più intensi: orientati su un Superiore.
Se è la tua prima volta, non rischiare e punta su annate recenti.
Quando trovi riferimenti a vigne/menzioni, spesso l’idea è raccontare una parcella e un profilo più definito, soprattutto quando si parla di Sorì del Diano d’Alba DOCG.
Il Dolcetto, in generale, non chiede riti particolari: si serve come un rosso “da tavola”. La base è semplice: 18 / 20°C e un calice Balon classico.
Poi, come sempre, potete giocare un po’ in base alla stagione e allo stile della bottiglia.
Se avete un Dolcetto classico più leggero (intorno ai 12,5%), potete osare e servirlo un filo più fresco, anche a 14°C. Risulta più scorrevole e dissetante, senza perdere il suo carattere.
Usa le temperature standard dei rossi: sia il dolcetto classico che il Superiore rendono al meglio tra 18 / 20°C.
Non serve decantare già il giorno prima (e neanche due ore prima), in genere basta aprire e versare.
calice da Balon di media ampiezza. Quando il Dolcetto è invecchiato almeno 5 anni, vale la pena servirlo in un calice più ampio (gran ballon), per dargli aria e far uscire meglio i profumi.
Tienilo ben richiuso: spesso il giorno dopo è ancora più morbido.
Il Dolcetto è un vino che non si fa pregare: sta bene praticamente sempre. Se proprio dobbiamo fare una classifica (seria ma non troppo), ecco le tre situazioni in cui secondo noi dà il meglio.
(pane, salame e formaggio)… Un tagliere semplice, chiacchiere, e se ci metti anche una frittata è subito merenda sinoira (la merenda + cena dei tempi in cui non esisteva ancora l’apericena).
servito leggermente fresco, un Dolcetto di pronta beva è un’alternativa sorprendente alle bollicine: conviviale, facile da abbinare e perfetto quando sul tavolo iniziano ad arrivare stuzzichini seri.
irate fuori un Dolcetto di 10 anni fa (di quelli un po’ più strutturati, mi raccomando), servitelo a cena “alla cieca” e lasciate che gli ospiti si lancino in ipotesi tipo Pinot o Nebbiolo. Poi svelate il vino e godetevi lo stupore.
E quando arriva un piatto importante — tipo un brasato — scoprirete che un Dolcetto Superiore con qualche anno sulle spalle non solo regge: se la cava piuttosto bene.
Di solito nasce per essere goduto giovane. Alcune versioni più strutturate o le varianti “Superiore” possono reggere qualche anno (qualcuno anche 10), ma la sua forza è la prontezza.
Con piatti dolci o preparazioni dove serve tanta acidità: lì può sembrare più ‘morbido’ del previsto.
Per la prima volta: giovane. Poi, se ti prende, confrontalo con una versione più strutturata e vedrai la differenza.
È una delle porte d’ingresso più intelligenti ai rossi di Langa: spesso offre un rapporto qualità/piacere molto favorevole.
Se volete capire davvero il Dolcetto, fate una cosa semplice: andate in una cantina dove il produttore ci crede sul serio, in modo viscerale. Vi stupirete di quanti aneddoti, dettagli e cose da imparare ci sono dietro a un vino che spesso viene raccontato “di fretta”. E soprattutto vi accorgerete che molte dicerie un po’ sbrigative (e spesso deprezzanti) sono, semplicemente, false.
Il Dolcetto, quando è fatto con convinzione, è un compagno di avventure meraviglioso. E in fondo è anche una questione di identità: come ricordava Renato Ratti
nelle vene dei veri produttori di Langa scorre Dolcetto