Letture golose
Il Vermouth & l'Aperitivo Una storia di Emancipazione
All’inizio del Novecento Torino è una città in trasformazione rapida.
La capitale sabauda, già elegante e ordinata, sta diventando un centro industriale moderno: arrivano le prime fabbriche, si diffonde l’energia elettrica, i tram attraversano la città e i caffè diventano luoghi di incontro per impiegati, artisti, studenti, borghesi.
È una città che guarda a Parigi più che al resto d’Italia e nei caffè si respira un’atmosfera europea: musica, conversazioni, giornali, una socialità più libera rispetto a molte altre città italiane.

È qui che si afferma un’abitudine nuova: le donne iniziano ad entrare nei locali da sole, un gesto fino ad allora considerato licenzioso ma che presto diviene immagine quotidiana.
In questo scenario, l’aperitivo diventa un rito urbano: non più solo momento di consumo ma un nuovo modo di stare nella città, di mostrarsi e di partecipare alla vita pubblica.
Ed è proprio in questo contesto che il Vermouth — nato come rimedio medicinale — trova la sua nuova identità sociale.
La storia del Vermouth, il cui nome deriva dal tedesco Wermut, affonda le sue radici nei vini aromatizzati all’assenzio dell’antichità, nati come rimedi medicinali e trasformati nei secoli grazie all’arrivo di spezie orientali e alla crescente abilità dei liquoristi europei.
Per secoli, quindi, questi vini vengono usati come rimedi contro i disturbi intestinali, come tonici, persino come trattamento per la malaria grazie alla presenza della china.
Il Piemonte, con la sua tradizione farmaceutica e liquoristica, diventa un centro di eccellenza.
È in questo contesto che avviene la svolta: nel 1786 Antonio Benedetto Carpano, giovane liquorista torinese, prende una ricetta medicinale già diffusa e la trasforma in qualcosa di nuovo.
Non più un rimedio, ma un vino aromatizzato pensato per essere bevuto per piacere.

Carpano introduce un equilibrio più morbido, un profilo aromatico più complesso, una dolcezza calibrata che rende il prodotto immediatamente riconoscibile.
È lui a intuire che quel vino può diventare un’abitudine cittadina, un rito serale, un modo di stare insieme.
La sua bottega, sotto i portici di Piazza Castello, resta aperta fino a notte fonda per soddisfare la crescente richiesta e da quel momento, il Vermouth non è più solo un prodotto: è un fenomeno urbano.
Il Vermouth non è più solo un prodotto: è un fenomeno urbano.
In questa epoca la città codifica le ricette, organizza corporazioni di produttori e inizia a imbottigliare un prodotto stabile, dolce e balsamico, destinato a diventare celebre ben oltre i confini sabaudi e nell’Ottocento il Vermouth di Torino conquista l’Europa e le Americhe, affermandosi come ingrediente fondamentale della miscelazione.
Si diversifica in nuove tipologie, tra cui il Vermouth Bianco – più chiaro e floreale – e il Vermouth Rosso, più amaro e intenso e dal color vermiglio.

Il Novecento porta poi regolamentazioni, riconoscimenti ufficiali e una crescente tutela dell’identità torinese, mentre la ricetta continua a ruotare attorno ai suoi tre elementi essenziali: vino, botaniche e zucchero.
In questo clima di trasformazione, si fa strada una variante il Vermouth Bianco.
Più luminoso, più morbido, più incline a note floreali e agrumate, capace di interpretarea un gusto diverso, più contemporaneo, più vicino alla sensibilità femminile dell’epoca.
Non un prodotto “per donne” nel senso riduttivo del termine ma un modo nuovo di pensare l’aperitivo, più leggero, più sociale, più urbano.
E le signore torinesi lo accolgono subito con naturalezza.
Le pubblicità dell’epoca lo raccontano bene: dame eleganti, gruppi di amiche che ballano, figure femminili protagoniste della scena.

Il Vermouth Bianco diventa “il beniamino delle signore”, non per costruzione retorica, ma per affinità reale con un gusto che stava cambiando insieme alla società.

Negli anni Trenta, la narrazione cambia ancora.
Il Bianco viene presentato come bevanda “elegante” anche per gli uomini: nelle pubblicità compaiono figure maschili in frac, bicchiere chiaro alla mano.
La cromia diventa quindi status, superando così i ruoli di genere e mettendoli in discussione.
Non è più “da signore” o “da uomini”: è un prodotto trasversale, che si adatta ai contesti e alle epoche.
Oggi, il Vermouth Rosso, un tempo più amaro e legato alla china, è spesso presentato più dolce, più morbido, più floreale e la distinzione netta tra Bianco “da signore” e Rosso “da uomini” si è dissolta.
Oggi il Vermouth vive una nuova stagione.
Non è un ritorno al passato, ma un modo diverso di guardare a un prodotto che ha saputo attraversare epoche, gusti e abitudini senza perdere la propria identità.
E la sua forza sta proprio in questa capacità di adattarsi: di essere classico e contemporaneo, quotidiano e raffinato, semplice e complesso allo stesso tempo.
Forse, è anche per questo che continua a parlare a generazioni diverse: perché dietro ogni calice c’è una storia lunga, fatta di botaniche, di saperi artigiani, di città che cambiano e di persone che cambiano con esse.

Il Vermouth non è solo un aperitivo ma un patrimonio culturale che continua a rinnovarsi, un invito gentile a fermarsi, osservare e a riconoscere tutto il percorso che lo ha portato fin qui.
Per raccontare questo fondamentale passo storico, ringraziamo Fulvio Piccinini, uno dei massimi esperti della materia, docente di sala e bar e autore di numerosi libri sul tema che ci ha fornito molte informazioni utili e pareri autorevoli.