Santuario di Vicoforte

Il Santuario di Vicoforte

Santuario di Vicoforte

Santuario di Vicoforte – Veduta Aerea

Due sono gli aspetti che più colpiscono del  Santuario di Vicoforte.

Il primo è scoprire che la sua cupola è la più grande al mondo tra quelle di forma ellittica ed è la quinta, per dimensioni, dopo San Pietro in Vaticano, il Pantheon di Roma, la Cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze e la cupola del Gol Gumbaz in India.

La seconda è pensare alla sua collocazione ed alle sue origini quasi fiabesche.

A Vicoforte si respira l’aria che sta a metà tra quella delle vicine montagne e quella delle Langhe Monregalesi, già perchè sempre di Langhe si tratta, nonostante questa cittadina sia più vicina a Cuneo che ad Alba, cuore delle Langhe e capitale del Tartufo Bianco.

E’ sufficiente percorrere la strada che scende da Briaglia per scorgere inaspettata la Cupola del Santuario che svetta sorprendentemente nella sua maestosità.

Un periodo di cambiamento

Dedicato alla Natività di Maria Santissima, il complesso “Regina Montis Regalis” è uno dei principali capolavori del Barocco piemontese, stile architettonico affermatosi in Piemonte da fine ‘500 a inizio ‘700 con l’ascesa del regno Sabaudo. Lo stile è caratterizzato da linee sobrie all’esterno delle costruzioni e ricchissime e scenografiche composizioni architettoniche all’interno.

Il periodo barocco è un momento storico ricco di novità e sconvolgimenti: le Americhe sono state appena colonizzate, si susseguono guerre dinastiche, la “scienza nuova” di Galileo Galiei  scardina dogmi vecchi di secoli, mentre la consapevolezza dell’ uso della ragione avrebbe da lì a poco aperto la strada all’Illumismo scandagliando gli angoli oscuri della conoscenza.

Tutti questi cambiammenti si sarebbero ripercossi da lì a poco nella musica, nella scienza, nella letteratura e nelle arti figurative.

Il tamburo e la cupole in una foto d'epoca

Il tamburo e la cupole in una foto d’epoca

Le origini fiabesche

La costruzione del pilone che originò il Santuario si colloca intorno al 1500. Una tradizione tramanda che esso fu l’omaggio di un fornaciaio, su suggerimento della figlia, per ottenere dalla Madonna la grazia del sole: il cattivo tempo impediva una buona cottura dei mattoni necessari per la costruzione del castello di Vico, antico nome di Mondovì.

Il nome deriva infatti da “Mont ëd Vi“, cioè “il monte di Vico” (“Vi” abbreviato): gli abitanti di Vico, ribellatisi al Vescovo d’Asti feudatario del territorio, la fondarono con Monastero e Carassone.

Nel 1592 lo sparo accidentale di un cacciatore, Giulio Sargiano, colpì inavvertitamente l’effigie ormai nascosta dai rovi e dalla boscaglia: tale fatto, seppure accidentale, venne considerato nefasto dalla popolazione già decimata da peste e miseria al punto che  i vicesi si convinsero a chiedere l’aiuto del cielo.

Nel 1594 attorno al pilone fu costruita, ad opera del diacono del vicino borgo di Fiamenga, Cesare Trombetta, una prima cappella in ringraziamento alla Madonna che in breve tempo raccolse intorno a sé un gran numero di fedeli provenienti da tutto il Piemonte.

L’interesse per tale devozione colpì profondamente la moglie del Duca Carlo Emanuele I, figlia di Carlo V di Spagna, che si adoperò per informare i fedeli, al di fuori dei confini nazionali, dei fatti prodigiosi avvenuti intorno a quella cappella.

Persone da ogni dove giunsero sul posto, incrementando il commercio, lo sviluppo urbano e le ricchezze al punto che furono necessari opere urbanistiche di importante rilievo, tra cui un piccolo acquedotto, il primo in questi luoghi, per dissetare i fedeli.

Dettaglio dell'affresco della cupola

Dettaglio dell’affresco della cupola

I costruttori

Il Vescovo di Mondovì, si fece promotore della costruzione di un grande tempio della fede per l’accoglienza dei fedeli. Il progetto venne assecondato dal Duca Carlo Emanuele I che ne appoggiò la realizzazione, intenzionato a farne il luogo di sepoltura per i defunti di casa Savoia, ad imitazione di quello spagnolo, l’Escurial.

Fu nominato a capo del progetto l’architetto orvietese Ascanio Vitozzi, (Orvieto, 1539 – Torino,1615), che ne previde la forma ellittica. Egli seguì da giovane la carriera militare, arruolandosi nell’esercito pontificio finchè venne nominato architetto militare da Emanuele Filiberto di Savoia.

Giunto nella capitale, Torino, allora in fermento rinnovativo, si dedicò anche all’architettura civile ed è oggi riconosciuto come antesignano del primo barocco piemontese.

La  costruzione si scontrò ben presto con gravi problemi statici a causa dell’errata scelta del sito, caratterizzato dalla presenza
di strati di terreno argilloso, al punto che il cantiere venne  abbandonato. Le funzioni religiose per i successivi 200 anni furono officiate nella piccola cappella voluta dal suddetto Cesare Trombetta.

Nel Settecento avvenne una forte spinta alla ripresa dei lavori nonostante si scelse di destinare la Basilica di Superga di Torino come mausoleo per famiglia regnante. L’architetto Francesco Gallo (Mondovì, 1672 – 20 giugno 1750)  fu impegnato per oltre trent’anni  nel completamento del Santuario.

Egli realizzò un tamburo alleggerito da grandi finestrature, progettando nel 1731 la cupola ellittica e la cosiddetta “lanterna” che la sovrasta, donando una luce all’interno dell’edificio che in particolari condizioni dona un’aura quasi mistica agli affreschi.

Il geniale Francesco Gallo all’epoca  aveva sono 29 anni. Sorprende che, fino ad allora, egli avesse lavorato solo per chiese di piccole dimensioni come la Parrocchiale di Frabosa Soprana o la Parrocchiale di Carrù.

I numeri della cupola sono sorprendenti: alta 74 metri, con un diametro maggiore di oltre 36 metri ed uno minore di 25.
Conclusi i lavori di costruzione, che vennero ultimati solo nel XIX secolo con le tre facciate ed i campanili, giunse il momento di iniziare a pensare alla decorazione.

Dettaglio dell'affresco della cupola

La cupola del Santuario

Il poema pittorico: una teologia per immagini

La definizione di “teologia per immagini” ben si adatta all’affresco che decora la cupola del Santuario trattandosi infatti dell’opera a tema unico più esteso al mondo. I 6.000 metri quadrati della Cupola sono la rappresentazione di alcuni momenti della vita di Maria e della sua gloriosa assunzione al cielo passando attraverso tre momenti differenti: la nascita, il pellegrinaggio terreno e la contemplazione nella fulgida gloria.

La rappresentazione prende avvio dalla fine cioè dalla volta per poi scendere gradatamente verso il basso, lungo gli otto grandi arconi di sostegno su cui poggia la Basilica.

L’assunzione al cielo e la contemplazione

Maria è raffigurata nel momento in cui rivede Gesù che le si fa incontro, allontanando con un gesto della croce nubi minacciose e scure, forse l’ultima presenza della morte sulla scena. Schiere di angeli assorti  si distendono su leggere nuvole verso la Madonna nel momento dell’assunzione.

La vita terrena

Il pellegrinaggio di Maria sulla Terra è reso con atmosfere a tratti cupe e di penombra illuminate da una luce pallida tendente al verde scuro, colore che richiama la speranza.

Si ripete il classico dualismo luce-ombra, vita-morte che qui è ben rappresentato nella contrapposizione tra la monocromia delle figure ed i toni caldi e vividi della cupola.
Otto coppie di angeli vegliano sulla vita terrena e sulle scene che ricordano importanti episodi della vita di Maria: la Nascita di Maria a Presentazione al tempio di Maria, lo Sposalizio della Vergine, l’Annunciazione, la Visita a Santa Elisabetta, la Nascita di Gesù, la la Rivelazione  e il Trapasso di Maria.

La vita dei cristiani è raffigurata con le quattro virtù cardinali sotto forma di  figure femminili: la Giustizia, la Fortezza e la Prudenza,  Temperanza. Tra gli otto grandi finestroni alla base della cupola si celano anche quattro dottori della Chiesa; Sant’Agostino, San Bernardo, Sant’Ambrogio e san Gregorio.

Gli Apostoli sono tredici per la presenza di San Paolo, l’apostolo delle genti, e Mattia al posto di Giuda. La figura di questo apostolo potrebbe nascondere le sembianze dell’autore Mattia Bortoloni

La Lanterna che sovrasta la cupola

La Lanterna che sovrasta la cupola

Gli autori dell’opera

Francesco Gallo decise di lasciare perfettamente liscio l’intradosso, ovvero la superficie interna della cupola, volendo offrire alla decorazione pittorica uno spazio ampio e continuo.

Il primo tentativo, fu opera di Pietro Antonio Pozzo: considerato inadeguato ed insoddisfacente venne completamente cancellato. Non ottenne più fortuna nel 1741 il celebre architetto e scenografo Giuseppe Galli da Bibiena.

Furono Mattia Bortoloni da Rovigo ed il milanese Felice Biella a completare l’affresco fra il 1746 e il 1748: ne risultò un insieme definito “leggero e luminoso“, ispirato alla pittura del veneto Giambattista Tiepolo.

La numerologia del Santuario

All’interno del Santuario e nell’affresco ritornano alcuni numeri dal forte valore simbolico:

Il numero 3

Tre sono i livelli di cui abbiamo parlato: l’attesa, la vita terrena e la contemplazione nella gloria. Tre è il numero perfetto.

Il numero 8

Tale numero  è il numero della salvezza, otto sono i salvati nell’arca di Noè; nell’ottavo giorno Gesù resuscitò dai morti; il sacramento del Battesimo avviene nel Battistero a forma ottagonale: l’otto è il simbolo dell’infinito, vale a dire dell’eternità.

I grandi finestroni ovali sono otto inondano di luce la volta celeste dove 64 (8×8) stelle dorate (a otto punte) brillano d’oro. Otto coppie di angeli adulti  vegliano sulla vita terrena di Maria. Gli otto profeti sono introdotti da una splendida ghirlanda di Angeli.

Parte degli affreschi della Cupola

Parte dell’affresco della cupola

I grandi lavori

Nella seconda metà dell’Ottocento il tempio venne dichiarato monumento nazionale attraverso un regno decreto del 1880.

Già all’epoca fu necessaria una serie di interventi per sistemare definitivamente la facciata principale e di ponente, la copertura della cupola in rame e l’adattamento dei campanili, cui partecipò con un progetto anche l’architetto Antonelli.

Ulteriori lavori di manutenzione furono avviati a inizio anni Ottanta per il risanamento del terreno e delle fondamenta necessari per consentire un migliore drenaggio delle acque.

Nel 1985 si procedette a un ulteriore restauro della struttura e delle pitture: oltre a lavori di consolidamento, si restaurò il grande affresco che conserva ancora oggi una sorprendente luminosità  ed al fissaggio delle lastre esterne in pietra arenaria.

 

Crediti Foto: Kalatà, Santuario di Vicoforte

2 commenti
  1. Pierangelo DESTEFANIS
    Pierangelo DESTEFANIS dice:

    da infomazioni parentali pare che contribuirono attivamente alla costruzione del Santuario di Vicoforte anche alcuni capomastri della Famiglia DESTEFANIS di Montelupo Albese.
    GIOVANNI BATTISTA, anche lui abile capomastro (1821), figlio di Giacomo Antonio (1786) di Giovanni Giacomo (1763) di Montelupo.
    Giovanni Battista si trasferi in valle Gesso ad Andonno di Valdieri e fu il capostipite della famiglia dei “Batistinét” conosciuti anch’essi come abili capomastri nella vallata occitana sino ai giorni nostri.
    L’abilità dei DESTEFANIS per la costruzione di chiese, capelle ed edifici era nota a importanti architetti, prelati e nobili dell’epoca (1500/1800) che si avvalevano della loro abile esperienza.

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    • Federico Carpino
      Federico Carpino dice:

      Grazie Pierangelo per il tuo contributo. Non eravamo a conoscenza di questo connessione tra i Destefanis e la costruzione del Santuario. Buona giornata!

      Rispondi

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