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La residenza sabauda di Govone

Nel 1897 il palazzo e il parco sono acquistati dal Comune di Govone che, per rifarsi delle spese, ha venduto tutti i mobili e le ottocentesche porte interne ad un antiquario romano.

Da quella circostanza (tramite la nota asta del 1898) deriva la dispersione dei preziosi arredi.

Oggi il grande palazzo govonese, gradualmente restaurato, inserito nel circuito delle notevoli Residenze Sabaude vincolate pure dall’UNESCO, ha ritrovato assieme al parco circostante una confacente dignità.

Lo storico edificio è stato oggetto di vari studi redatti da: Edoardo Borra, Baldassarre Molino, Franca Dalmasso, Ippolito Calvi di Bergolo, Costanza Roggero Bardelli, Silvia Brovia, Lucia Caterina, Paolo Cornaglia, Vittorio Defabiani, Claudio Zanier ed altri.

Origini storiche del castello

Le prime tracce

La morfologia del territorio verso la sponda sinistra del fiume Tanaro tra Govone e S. Martino Alfieri (dove per un lungo tratto il corso d’acqua, gli scoscesi pendii ed i calanchi distinguono il paesaggio e determinano percorsi praticabili fra le colline), nonché la posizione dominante del colle sul quale sorge l’attuale palazzo barocco motivano la presenza di un “castrum” fin dall’alto Medioevo.

Prima ancora, un “fundus” d’età romana era ubicato nella località Cadeliano, un altro forse in «Mayrano».

La più antica citazione della «villa Govoni» risale all’861.

Invece, la prima attestazione documentaria del castello è del 989, in un atto notarile che ha luogo «in sala propria domini episcopi infra castrum Govoni, in caminata magiore que ibidem extat».

Già da allora si trattava di una conferma fondiaria del vescovo d’Asti, che, fra i possedimenti feudali della sua istituzione episcopale, conferiva notevole importanza allo strategico sito di Govone.

Affidato dapprima ai castellani «de Govono», nel XIII secolo il feudo viene gradualmente infeudato alla nobile famiglia astigiana dei Solaro.

Avendo ottenuto dall’episcopato d’Asti l’intera giurisdizione territoriale del luogo, a questo casato il castello rimarrà sino al 1792.

Stanze interne del castello

I Solaro e un primo tentativo di ricostruzione

Nei primi decenni del Seicento, l’importanza strategica del sito e l’ampiezza dell’area castellana ne fanno una sorta di campo trincerato con magazzini ad opera delle truppe sabaude che se ne servono come base specialmente nelle due guerre per la conquista del Marchesato di Monferrato.

Probabilmente il complesso ne esce molto degradato se, nel 1670 (dopo che nella zona è momentaneamente tornata la pace col trattato dei Pirenei del 1659), il conte Ottavio Francesco Solaro fa iniziare i lavori, su disegno del celebre architetto Guarino Guarini, per la costruzione di un nuovo edificio che doveva collocarsi nella novella tipologia barocca del “palazzo di campagna”, come da pochi lustri era accaduto nella vicina Magliano e come sarebbe poi avvenuto a San Martino Alfieri ed a Guarene.

I lavori sembrano procedere a rilento e, all’inizio del Settecento, per i nuovi movimenti di guerra, l’altura della residenza castellana viene adattata a magazzini del fieno e della legna.

Dopo questo periodo bellico, è degno di nota l’episodio del soggiorno govonese (c. 1730) del futuro letterato e filosofo Jean-Jacques Rousseau, allora diciottenne.

Egli, entrato al servizio del conte Ottavio Francesco Solaro, fu trattato con molta urbanità, come risulta dalla sua opera Confessions.

L’architettura prende forma

I lavori al palazzo proseguono specialmente dal 1741 al 1754 con le committenze del conte Giuseppe Roberto Solaro, marchese di Breglio, periodo nel quale vengono sistemate quattro stanze del piano nobile ed una al piano terreno con carte dipinte da tappezzeria cinese.

Al prospetto volto a nord si lavora poi su disegni probabilmente dell’architetto astigiano Benedetto Alfieri.

Infine, il grande edificio si completa con la costruzione degli scaloni della facciata principale.

Durante i lavori degli anni 1778-1781 vi si collocano le metope in marmo che rappresentano in bassorilievo: le fatiche d’Ercole (opere di Bernardo Falconi del 1670) e le Allegorie del Po e della Dora (opere di Francesco Pozzo del 1671), provenienti dalla fontana d’Ercole a Venaria Reale; mentre i quattro telamoni che fiancheggiano l’ingresso al piano terreno e il portale d’accesso al salone (opere di Giovambattista Casella e Carlo Pagano del 1667) provengono dalle grotte della medesima fontana a Venaria.

Nel 1792 muore senza eredi il conte Vittorio Amedeo Ludovico Solaro, marchese di Breglio.

La fontana del castello di Govone

I Savoia e la massima espressione del castello

Pertanto residenza castellana e proprietà del nobile casato restano devoluti alla titolarità della regia Corona e tre anni dopo diventano appannaggio di Carlo Felice di Savoia (figlio di re Vittorio Amedeo III), duca del Genevese, e di Giuseppe Benedetto, conte di Moriana, col titolo di marchesato.

Confiscato dal governo francese dopo l’affermazione in Italia dell’Impero napoleonico, nel 1810 il complesso viene messo in vendita.

Ad acquistarlo è il conte Teobaldo Alfieri di San Martino e di Sostegno.

In epoca di Restaurazione sabauda, nel 1816, il figlio Carlo Emanuele Alfieri lo dona a Carlo Felice di Savoia che diviene re dal 1821, ossia dopo la morte del fratello Carlo Emanuele IV e l’abdicazione del fratello Vittorio Emanuele I.

Nel 1820 il grandioso palazzo registra interventi degli architetti Giuseppe Cardone e Michele Borda, mentre il paesaggista Xavier Kurten trasforma il giardino in parco all’inglese (poi mutato ulteriormente).

Nello stesso anno Luigi Vacca e Fabrizio Sevesi affrescano gli interni, fra l’altro con la rappresentazione della tragica Favola di Niobe nel fastoso salone dei ricevimenti, eseguita con la tecnica del trompe-l’œil.

Questa spiccata scelta di gusto neoclassico si è pure manifestata con la riproduzione in chiaroscuro delle famose statue classiche dei Niobidi che nel Settecento erano state trasportate da Roma agli Uffizi di Firenze, volendo così ricreare nel palazzo govonese un equivalente pittorico all’illuminata politica culturale di Pietro Leopoldo di Toscana.

Carte da parati cinesi

Altri dipinti classicheggianti con la stessa tecnica, opera dei pittori genovesi Carlo Pagani e Andrea Piazza, ornano gallerie e camere.

Inoltre, negli appartamenti delle principesse vengono mantenute le cosiddette “stanze cinesi”, che risultano decorate con pitture d’ispirazione esotico-orientale e, soprattutto, con pregevoli carte da parati di produzione cinese del XVIII secolo.

Alla morte del re Carlo Felice nel 1831, il palazzo passa alla vedova Maria Cristina di Borbone, quindi a Ferdinando di Savoia (secondogenito di Carlo Alberto), duca di Genova, che nel 1854 fa erigere la torretta che sovrasta il settore centrale.

Ferdinando muore nel 1855.

Il castello oggi

Quindici anni dopo il figlio, Tommaso di Savoia duca di Genova, vende il complesso all’istituto bancario “Tedeschi e C.”, che lo aliena poi nel 1895 alla ditta “Ovazza e Segre”.

Due anni dopo il palazzo ed il parco sono acquistati dal Comune di Govone.

I numerosi visitatori possono ammirarvi pitture murali, sculture, la biblioteca, residui arredi d’epoca, nonché due pregevoli, grandi quadri: la settecentesca pala raffigurante L’Immacolata Concezione fra angeli con San Giuseppe e Santa Caterina da Siena (nella sala del Consiglio comunale, proveniente dalla chiesa parrocchiale di Govone), la seicentesca pala rappresentante La decapitazione di San Giovanni Battista (in un’altra sala, proveniente dalla chiesa della Confraternita di S. Giovanni Decollato di Govone).

Da osservare con attenzione nella residenza castellana sono le stanze degli appartamenti sabaudi con gli ornati pittorici in stile neoclassico del 1820 di Carlo Pagani e collaboratori, nonché con un disegno del 1835 di Ferdinando Caronesi, Facciate delle chiese di S. Cristina e di S. Carlo a Torino.

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