Il Re è nudo: il tartufo bianco d’Alba ha bisogno di essere salvato?

E’ il giornalista Sergio Miravalle de La Stampa a suggerirmi questo titolo.

Invitato il 19 maggio al castello di Barolo a moderare l’incontro dal titolo “Alle radici del territorio: simbiosi tra paesaggio agrario e tartufo”, Sergio ha iniziato proprio raccontando la favola del re nudo.

Intorno al tartufo bianco infatti, è stata creata nei decenni un’immagine sontuosa, affascinante, magica che gli permette di essere al primo posto nel mercato mondiale dei tartufi.

Ma rischiamo, si chiede Miravalle, che il re sia nudo?

In ordine: Bruno Murialdo, Edmondo Bonelli, Sergio Miravalle, Carlo Marenda

In ordine: Bruno Murialdo, Edmondo Bonelli, Sergio Miravalle e Carlo Marenda

Se nel dopoguerra un trifolau poteva trovare alcuni chili a settimana di tartufo bianco, ora la stessa quantità la si trova in una stagione intera (che va da fine settembre alla fine di gennaio).

Questo perché le tartufaie naturali (boschi di querce, pioppeti, salici, alberate lungo i fossi, …) sono state pian piano soppiantate da coltivazioni intensive (vigneti e noccioleti) e le poche tartufaie naturali rimaste non sempre sono mantenute, pulite e gestite in chiave tartufigena.

Può questo territorio sopperire a una richiesta sempre maggiore di Tartufo Bianco?

Come nasce “Save the truffle”

Dopo una carrellata di foto storiche di Bruno Murialdo sulla figura del trifolau dal dopoguerra a oggi, la parola passa a Carlo Marenda ed Edmondo Bonelli, rispettivamente trifolau per passione e naturalista di professione.

Carlo si è avvicinato al mondo dei cercatori di tartufi fin da bambino, quando un amico di famiglia lo accompagna nelle sue prime ricerche.

Fondamentale è l’incontro con l’anziano Trifulau Giuseppe Giamesio, in arte Notu, di Roddi d’Alba, che gli trasmette tutto il suo sapere e, in particolare, la cultura ecologista che ogni trifolau dovrebbe avere.

Giuseppe Giamesio - trifolau

Giuseppe Giamesio – trifolau

Venuto a mancare nel 2014, Notu lascia i suo cani in eredità a Carlo, chiedendogli di portare avanti le sue idee: ed è proprio da qui che nasce “Save the truffle”.

L’incontro con Edmondo

Un anno più tardi avviene il fatidico incontro con Edmondo.

I due si trovavano in un bosco di Langa, il primo per verificare l’integrità del bosco dopo l’inverno, il secondo per identificare alcune pianti e analizzare il suolo col fine di ricreare una tartufaia.

Carlo ed Edmondo si intendo alla perfezione dal primo momento, condividendo idee e preoccupazioni sul futuro dei tartufi e del loro habitat naturale.

Da qui nascono i progetti per il recupero di vecchie tartufaie e la salvaguarda delle piante tartufigene, sempre a stretto contatto con i cercatori più anziani, veri angeli custodi del territorio e conoscitori dei boschi.

Edmondo e Carlo

Edmondo e Carlo

Cosa promuove “Save the truffle”?

Il progetto propone di tutelare una delle più famose eccellenze piemontesi, conosciuta in tutto il mondo: il Tartufo Bianco d’Alba, che rappresenta un fattore trainante per il turismo enogastronomico locale.

Per questo, Carlo ed Edmondo credono che sia doveroso salvaguardarne la produzione, proponendo un punto di vista alternativo che va oltre la visione consumistica della società moderna.

Spesso tra i cercatori e proprietari di terreni a vocazione tartufigena abbiamo sentito parlare di salvaguardia e tutela ma poi nessuno in pratica agisce in concreto.

E’ giunto il momento di iniziare un nuovo percorso!

Come tutelare l’habitat del tartufo

Alternando con raziocinio la coltura della vite con piccoli appezzamenti di bosco (a volte bastano alcune piante ai margini di un vigneto!), integrando noccioleti con piante quali querce o pioppi, oppure impiantando sugli argini dei piccoli rii o sui pendii più irti alberi a vocazione tartufigena.

O ancora semplicemente mantenendo puliti i boschi già esistentiin un bosco abbandonato esistono solo 3-4 specie vegetali che finiscono per soffocare il terreno, mentre in un bosco pulito e sano si possono contare fino a 10-12 specie vegetali differenti a metro quadro ed un ottimale passaggio di ossigeno e luce (tutti elementi determinanti nella genesi del tartufo).

Un bosco “gestito” può portare importanti vantaggi alla coltura della vite, eliminando ad esempio il problema della Flavescenza dorata, e può essere utilizzato in chiave turistica, dimostrando che il fare “biologico” non si ferma al vigneto o noccioleto, ma prosegue anche le bosco.

Esempio di bosco gestito

Esempio di bosco gestito

Il tartufo nei Noccioleti

E’ stato dimostrato da Edmondo che nei noccioleti in cui non si applica il diserbo chimico ed in cui non si utilizzano fertilizzanti vi è una maggiore concentrazione di tartufi neri.

Questo perché il tartufo nero funge da fertilizzante naturale per le piante di nocciolo: nell’istante in cui l’uomo interviene con fertilizzanti, la pianta non ha più bisogno del tartufo nero, che via via smette di proliferare.

Differenze di vigoria tra i piantini di nocciolo: nei vasi di destra marchiati con "ME" sono state messe piccole quantità di tartufo nero nel terriccio.

Confronto di vigoria tra noccioli in sterilità (a sinistra) e noccioli micorrizati con tartufo nero (a destra).

“Trifolau, aiutatemi!”

Foto 9Giuseppe Giamesio, era un personaggi davvero unico, un trifolau fuori dagli schemi che era solito presentarsi alle manifestazioni di zona con un cartello appeso al collo (nell’immagine sottostante) per sensibilizzare la gente e far conoscere il problema relativo alla poca tutela dei boschi a vocazione tartufigena e all’inquinamento delle falde acquifere.

La frase finale “Trifolau, aiutatemi!” era ed è tutt’ora una richiesta esplicita di unione, di aggregazione e di stimolo per la creazione di un movimento che abbia un obiettivo comune: la salvaguardia delle tartufaie naturali presenti sul nostro territorio divenuto Patrimonio Mondiale dell’Unesco ormai da quasi due anni.

A tutti voi rivolvo la richiesta di aiuto lanciata da Giuseppe e raccolta oggi da Carlo ed Edmondo… prima che il mondo si accorga che il tartufo bianco è nudo!

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