Dietro le quinte: Quattro chiacchiere con l’attore albese Paolo Tibaldi

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Paolo Tibaldi, albese classe 1989, si occupa di cultura, teatro e territorio.

E’ un attore che si propone in varie forme: teatro, reading letterari, cinema e televisione.

Durante il periodo estivo si dedica quasi sempre, alternandosi con le rappresentazioni canoniche di prosa, all’aspetto artistico delle passeggiate per i Notturni sulla Strada Romantica delle Langhe e del Roero e alla co-direzione artistica del festival Torino Spiritualità.

Anche dal punto di vista cinematografico e televisivo ha interpretato diversi personaggi in alcune produzioni: per citarne alcune tra le più note, “Il Peccato e la Vergogna”, “La leggenda del Bandito e del Campione”, “Centovetrine”, “Non c’è 2 senza Te”, “Processo a Mata Hari”; quest’ultimo uscirà nelle sale tra non molto.

Lo scorso luglio ha cominciato a tenere una rubrica sulla sua pagina facebook; si chiama “ABITARE IL PIEMONTESE”, è un appuntamento settimanale fissato ogni lunedì intorno all’ora di pranzo, in cui pubblica la cosiddetta “parola della settimana”, rigorosamente in piemontese.

È cominciata per gioco dopo una sua riflessione sul piemontese e sulla diffidenza che hanno molti coetanei nei suoi confronti.

Oggi conta migliaia di visualizzazioni settimanali. Ci sarà un ciclo di incontri su questa rubrica, forse durante la prossima Fiera Del Tartufo di Alba.

D: Fai diversi corsi nelle scuole. Un’occasione importante per sciogliere determinati meccanismi mentali e dare una spallata alla timidezza. Quale risposta hai da parte dei ragazzi e dei bambini nelle scuole? C’è un certo coinvolgimento o è difficile riuscire a comunicare l’arte del teatro?

L’opportunità di lavorare con studenti, con ragazzi e più recentemente anche con la cooperativa Centro Diurno Insieme, è una fortuna per la quale non finirò mai di essere grato, dal momento che viene proposto come uno scambio che nasce e cresce da entrambe le parti.

Allo stesso tempo è una delle sfide più difficili e, proprio per questo, stimolanti; i ragazzi che danno adesione sono sempre più numerosi. Mi fa piacere che questa attività li incuriosisca fino a volerla approfondire.

Per quanto ogni anno sia diverso dai precedenti, è bello cercare di dare spazio ai carismi di ognuno di loro, come diceva Isocrate, cosicché possa uscire il migliore frutto da amalgamare con quello dei colleghi Lavor-attori per comporre un bouquet creativo, attivo e maturo.

D: Ricordi quando è stata la tua prima esperienza su un palcoscenico?

Eccome!

È stata alla scuola materna, ormai ventuno anni fa, quando al saggio di fine anno il giorno prima della gita, recitammo qualcosa sul palcoscenico del salone parrocchiale (il mio repertorio istrionico di imitazioni pubbliche era già cominciato con ardore); la mia parte era composta da una sola battuta, ma molto riassuntiva sullo stile che spero mi caratterizzi.

La battuta era: “Oh sì, bella idea!”.

Ricordo quante prove e quanta tensione per poter proporre al meglio quella piccola grande considerazione: a casa, alla materna e alla fine sul palco.

Se vogliamo proprio dirlo, non è stata neppure detta come avrei voluto, ma senz’altro un’esclamazione di buon auspicio per l’azione che si stava svolgendo in quel momento, per ciò che sarebbe stato di lì in avanti e continua ad essere tutt’oggi. Oh sì, bella idea!

D: Ho sentito che tanti attori hanno una specie di rito propiziatorio prima di ogni apparizione in scena. Tu ne hai uno? Hai un gesto scaramantico che fai prima di entrare in scena oppure no?

Il rito più comune è quello di posizionarsi con tutti gli altri attori a cerchio e, unendo le mani al centro, pronunciare tre volte la fatidica parolaccia “merda”.

Un rito nato ai tempi in cui si andava a teatro in carrozze trainati da cavalli: se all’uscita se ne trovava tanta, significava che l‘affluenza del pubblico era stata elevata e gli attori potevano dividersi, oltre alla gloria artistica, anche un buon gruzzoletto.

Onestamente non è un rito a cui dedico molto tempo, se non la sera del debutto come pretesto per sincronizzare gli umori e le tensioni positive.

Piuttosto un rito scaramantico per me imprescindibile è quello di non far cadere il copione a terra. Se questo dovesse capitare, la soluzione è quella di battere tre volte il copione stesso sulla piastrella dove è caduto per annullare la maledizione dello spettacolo che altrimenti precipiterebbe inesorabilmente, sia a livello fisico, sia metaforico.

Se lo possiamo considerare un rito, trovo molto importante restare da solo con me stesso in camerino per concentrarmi sul personaggio e, una volta raggiunto il palco, guardare negli occhi tutti gli attori della rappresentazione per scambiarci complicità e carisma, senza farmi troppo accorgere che sia un rito voluto. Tutto ciò, in silenzio.

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D: C’è una figura che più di ogni altra ha ispirato la tua vita artistica?

Ce n’è più d’una, per fortuna. Poche di queste lavorano nel mio stesso campo…

Fare dei nomi sarebbe scorretto perché significherebbe squalificare qualcuno e, nel percorso di vita di ognuno di noi, chiunque abbiamo incontrato, in qualche forma, ci ha dato anche solo una minima influenza, uno stimolo, un’ispirazione inconscia.

Ci sono persone e valori nella storia, nella letteratura, nella musica, nell’arte, nello sport, nella mia città, dall’altra parte del mondo; alcune non ci sono più, ma ci sono ancora. Alcuni di questi non li ho conosciuti personalmente, altri molto bene. Tutta gente che in qualche modo mi ha dato respiro costruttivo, custodendo ed amplificando valori autentici.

La cosa certa è che da quando ero piccolo sino ad ora, posso dire di aver incontrato alcune gran belle persone lungo il cammino.

Proprio sopra il mio letto c’è una frase a cui sono molto affezionato e che riassume in maniera assoluta la tua domanda semplice e fondamentale; è una citazione di William Shakespeare che dice: “Earth has music for those who listen” (La terra ha musica per chi sa ascoltare).

D: Cos’è per te il teatro?

In diversi momenti mi è stato chiesto e sempre ho dato risposte diverse, ma accomunate da uno stesso desiderio essenziale; oggi mi sento di rispondere che sia stato molto interessante, negli ultimi anni, scoprire di voler vivere il teatro come il veicolo di un messaggio, di una tensione umana da scambiare con qualcun altro, ogni volta in modo differente e con un forte senso di meraviglia.

Mi spiego meglio con una storia che mi ha raccontato la mia fidanzata qualche giorno fa e che riassume bene il concetto: un ragazzo chiese ad un suo insegnante il senso della vita; l’insegnante, forse spiazzato disse, che dopo qualche giorno gli avrebbe risposto. Così fu.

L’insegnante arrivò un giorno dal ragazzo e gli fece vedere un pezzo di vetro spezzato dicendo: vedi giovanotto, con questo pezzo di vetro io cerco di far riflettere il sole per portarlo nelle fessure più buie e cupe, dove il sole raramente arriva.

Sono felice di mettermi al suo servizio con costante studio; cerco di farlo sempre in punta di piedi, rispettoso e appassionato. Ne sono attratto in maniera curiosa, primordiale, istintiva, atavica.

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D: Quali sono i prossimi appuntamenti che ci consigli di non perdere sul territorio?

Il 27 Febbraio alle ore 21 al Teatro Sociale di Alba ci sarà una compagnia con cui vado in scena da otto anni: il “Nostro Teatro di Sinio”. Porteremo in scena una commedia scritta in piemontese e diretta da Oscar Barile, intitolata “Gin e Gena”, due atti spassosi dal finale inatteso.

Come sempre porteremo questa storia anche in molte piazze piemontesi e non… Ci sono un altro paio di progetti artistici che svilupperò nei mesi a venire, sul territorio e non solo, anche se ora è troppo presto per menzionarli.

Approfitto per invitare tutti sulla mia pagina facebook per seguire gli aggiornamenti della rubrica e delle attività imminenti; prometto di essere più chiaro anche sui progetti appena citati. Certo è che sono grato alle persone che qui resistono e seguono entusiaste la varie attività che intraprendo. Se è possibile lavorare in questo senso qui ed ora, è soprattutto grazie a loro.

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