Per un ricordo di Pavese

Ha preso avvio il 4 agosto la rassegna dedicata allo scrittore Cesare Pavese, il “Pavese Festival  2018”, promosso dall’eponima fondazione di Santo Stefano Belbo che come ogni anno celebrarne l’opera e la vita.

Le iniziative proposte, molte ed allettanti, si estendono fino alla seconda settimana di settembre: “libri arte musica cinema e teatro”, come da sottotitolo, saranno le tenzoni in cui si vorranno ricordare le immagini dai toni vividi e smaglianti che Pavese ha incapsulato nei suoi scritti.

Santo Stefano Belbo, Langhe, Piedmont

Reading, sconfinamenti musicali, performances teatrali, mostre, passeggiate letterarie ed incontri con importanti lettori, il festival vuole ricreare l’atmosfera che si respira negli scritti pavesiani, in particolare ne La luna e i falò (Einaudi, 1949), il romanzo dello scrittore più gradito dalla critica e più rappresentativo per la sua produzione, interamente dedicato ai luoghi della sua infanzia trascorsa nelle Langhe.

Creare e ricreare: la “poiesi”

Ricreare l’atmosfera pavesiana potrebbe sembrare, a parole, un gioco facile: con una più che certa aura di all pervadingness – per usare le sue stesse parole – gli scritti di Pavese riescono a coinvolgere il lettore e trasportarlo nella Langa del primo Novecento, che lo scrittore raffigura con un’abilità poetica tutt’altro che indifferente.

Proprio in questa tensione, in questa sua attitudine al creare e ricreare mondi possibili, sta il cuore pulsante dell’universo letterario forgiato da Pavese, e con esso il motivo del grande e sincero interesse che nei suoi confronti è stato dimostrato dal suo pubblico.

Moltissime riflessioni su questa capacità creativa, la “poiesi” (dal greco antico ποησις, ‘creazione’), soprattutto in relazione alla poesia, costellano le pagine del Mestiere di vivere (Einaudi, 1952).

Non poche volte Pavese ha giocato il ruolo di critico di se stesso: spesso ha analizzato ciò che aveva scritto, ha riflettuto sui contenuti separandosi da essi (passando al κρίνω, al ‘distinguere, giudicare’) e ne ha riavvolto il filo rosso dall’esterno più che dall’interno, per osservare in prospettiva la sua produzione, cercando di fare più attenzione possibile ai frutti della sua penna e ai loro cambiamenti nel tempo.

Insomma: l’autocoscienza del fare poetico, come sembra emergere dal suo diario privato, era un suo punto di forza, e grazie ad essa Pavese era arrivato a scoprire sempre di più i meccanismi che, come ingranaggi sottocutanei, garantivano il funzionamento dei suoi prodotti letterari.

L’immagine restituita dal Mestiere di vivere, infatti, è quella dell’autore-critico letterario che alterna creazione e riflessione al fine di comprendere la polarità del proprio percorso letterario.

Il bandolo dei pensieri

Seguire i ragionamenti di Pavese tra le pagine del Mestiere è un gesto a schema labirintico: dietro ad ogni svolta un rimando o un’assonanza incuriosiscono il lettore – quando non è lo stesso Pavese che vi rimanda – a scorrere le pagine, avanti o indietro, alla ricerca di una comunanza.

Il filo dei pensieri legati alla poiesi è uno di questi. Ad esempio, Pavese in Lavorare stanca (e non solo) intravede sì una creazione, ma una sorta di creazione di riflesso.

Secondo i pensieri del 6 novembre 1938 del Mestiere di vivere, l’arte del componimento si nutre di immagini, scene che il poeta percepisce e cerca di inoculare all’interno di una veste linguistica (che deve essere per forza tale se vuole comunicare con gli altri), al fine di riuscire a rivestire il nucleo di senso che ha colpito la sua sensibilità soggettiva.

Omaggio a Pavese

Langhe.net, sulla scia della rassegna, vuole omaggiare la figura di Pavese con una serie di ispezioni mirate sull’immagine del falò e del fuoco negli scritti ambientati in langa, risalenti soprattutto al periodo di ideazione o composizione della Luna e i falò.

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *