Cesare Pavese

Pavese & le Langhe: la Langa, il selvaggio ed il paesaggio – parte 3

In un altro punto di Feria d’agosto, a proposito, Pavese si trova a riflettere riguardo alla spensieratezza infantile e riguardo alle esperienze che esso offriva:

Perché davvero nell’infanzia eravamo un’altra cosa. Piccoli bruti inconsapevoli, il reale ci accoglieva come accoglie semi e pietre. Nessun pericolo che allora lo ammirassimo e volessimo tuffarci nel suo gorgo. Eravamo il gorgo stesso. Ma la storia segreta dell’infanzia di tutti è fatta appunto dei sussulti e degli strappi che ci hanno sradicati dal reale, per cui – oggi una forma e domani un colore – attraverso il linguaggio ci siamo contrapposti alle cose e abbiamo imparato a valutarle e contemplarle. Ciò che è prezioso in fondo a noi sarà dunque questa concordia discorde d’incontri, di scoperte, di sviluppo. (Cesare Pavese, Mal di mestiere, in Feria d’agosto)

“la magía della natura, l’occhiata ficcata nella collina”

Un pensiero dal Mestiere di vivere, a questo punto, pare ricordare particolarmente il distacco tra tempo passato e tempo presente, ricollegandolo alla natura collinare, sfondo privilegiato non solo delle creazioni letterarie di Pavese, ma anche di molti dei suoi pensieri:

[n]otte limpida, spazzata, mordente. Un tempo di eccitava i sensi. Ora no. Devo ricordarmi e dirmi «È come allora» per sentirla. Né quella smania di dire, di impormi, m’invade più. È dovuto alla perenne ansia, alla nevrosi del già accaduto, del cataclisma imminente? È dovuto all’età, alla gloria-sicurezza di me più o meno raggiunta?

In realtà, l’unico spunto che mi tocca e scuota è la magía della natura, l’occhiata ficcata nella collina. (Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, 27 febbraio 1949)

L’importanza della natura immediata, del selvaggio, allora, è notevole: la vicinanza con la natura genera nella persona parlante un sentimento puro e primigenio, lo stesso che permetteva ai bambini di “ingorgarsi”, divenire gorgo anche loro perché vicini al gorgo e con il gorgo giocavano, nonché natura vera e pura.


Questa circostanza, definita come uscita dal reale (“L’infanzia di tutti è fatta appunto dei sussulti e degli strappi che ci hanno sradicati dal reale”), sembra quasi corrispondere anche al tempo del mito, con il quale avrebbe in comune quella sorta di strappo che allontana dalla vita inequivocabilmente, permettendo però di fermare l’attimo in un particolare sentimento o sensazione che potranno essere rivissuti ancora, sebbene con minore enfasi.

Alla stessa maniera, anche nell’ultimo romanzo pavesiano si trova una circostanza simile, in cui appunto i ragazzini si divertono a indiàrsi, ingorgarsi, nel selvaggio:

Dalla Mora si scende più facilmente a Belbo che non da Gaminella, perché la strada di Gaminella strapiomba sull’acqua in mezzo a rovi e gaggie. Invece la riva di là è fatta di sabbie, di salici e canne basse erbose, di spaziosi boschi di albere che si stendono fino ai coltivi della Mora. Certi giorni di quelle canicole, quando Cirino mi mandava per roncare o far salici, io lo dicevo ai miei soci e ci trovavamo sulle rive dell’acqua – chi veniva con la cesta rotta chi col sacco, e nudi pescavamo e giocavamo. Correvamo al sole sulla sabbia rovente. Era qui che mi vantavo del mio soprannome di Anguilla […]. (Cesare Pavese, La luna e i falò, capitolo XVI)

Ricordando un pensiero del diario in cui Pavese riflette sull’importanza che l’uomo dà al selvaggio ed alle zone incolte, si ritrova un punto estremamente utile che ricollega questo elemento alla teoria del mito, passando tramite i Dialoghi con Leucò:

Dov’è l’interesse per il selvaggio, che pure t’incute? Quel che accade al selvaggio è di venire ridotto a luogo noto e civile. Il selvaggio come tale non ha in fondo realtà. È ciò le cose erano, in quanto inumane. Ma le cose in quanto interessano sono umano.

Notato che Paesi tuoi e Dialoghi con Leucò nascono dal vagheggiamento del selvaggio – la campagna e il titanismo. (Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, 10 luglio 1947)

Un altro simbolo pavesiano: la vigna

In La vigna, poi, questo slancio derivante dal “vagheggiamento” sembra portare ad una convergenza: il selvaggio ed il paesaggio vengono sviluppati parallelamente e dalla loro trattazione sincronica nasce un elemento mitico-simbolico, appunto quello della vigna, legato al discorso del simbolo e della collezione di sensazioni durante l’infanzia che si cristallizzeranno in simboli, dimostrando ancora una volta che sia di imprescindibile importanza il contenitore mitico, cioè il luogo da cui il pensiero si origina:

[u]na vigna che sale sul dorso di un colle fino a incidersi nel cielo, è una vista familiare, eppure le cortine dei filari semplici e profonde appaiono una porta magica. Sotto le viti è terra rossa dissodata, le foglie nascondono tesori, e di là dalle foglie sta il cielo. È un cielo sempre tenero e maturo, dove non mancano – tesoro e vigna anch’esse – le nubi sode di settembre. Tutto ciò è familiare e remoto – infantile, a dirla breve, ma scuote ogni volta, quasi fosse un mondo. (Cesare Pavese, La vigna, in Feria d’agosto)

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