Pavese & le Langhe: la Langa, il selvaggio ed il paesaggio – parte 2

Tempo conosciuto, che ci conosce, che si conoscerà

Di questo brusco passaggio Pavese sembra parlare in L’adolescenza, sempre da Feria d’agosto, dove egli riflette sulla distanza, sulla frattura del presente con il passato, arrivando alla  riscoperta del tempo conosciuto durante il tempo che sta conoscendo.

Questo ritorno al mondo lontano, ormai trascorso, che ne genera una reminiscenza nel presente (causando la non identità del risultato dell’ammirazione nei due momenti distinti), segnala il cambiamento stesso, la crescita, nonché l’abbandono della dimensione passata in favore di quella non solo del presente, ma anche del futuro:

C’era in noi un tesoro che non sapevamo, un accumulo di lente abitudini cui d’improvviso scopriamo un viso nuovo, sorprendente, ricco di tutto il fascino e l’arcano del mondo della fantasia. Nulla è mutato nelle cose e persone della nostra piccola esistenza, siamo mutati noi: attraverso lo stupore che ciò che della vita abbiamo veduto e sentito sia lo stesso che muove e accende le alte fantasie dei libri, abbiamo capito di ammirare: abbiamo scoperto, afferrato un mondo, il nostro mondo. (Cesare Pavese, L’adolescenza, in Feria d’agosto)

Lungi dalla coincidenza, questo pensiero si ritrova anche nella Luna e i falò, ricorrendo quasi con le stesse parole, quando Anguilla medita sul suo ritorno e comprende come il presente ed il passano non possano essere sovrapposti:

Ero tornato, ero sbucato, avevo fatto fortuna – dormivo all’Angelo e discorrevo col Cavaliere -, ma le facce, le voci e le mani che dovevano toccarmi e riconoscermi, non c’erano più. Da un pezzo non c’erano più. Quel che restava era come una piazza l’indomani della fiera, una vigna dopo la vendemmia, il tornar solo in trattoria quando qualcuno ti ha piantato. Nuto, l’unico che restava, era cambiato, era un uomo come me. Per dire tutto in una volta, ero un uomo anch’io, ero un altro – se anche avessi ritrovato la Mora come l’avevo conosciuta il primo inverno, e poi l’estate, e poi di nuovo estate e inverno, giorno e notte, per tutti quegli anni, magari non avrei saputo che farmene. Venivo da troppo lontano – non ero più di quella casa, non ero più come Cinto, il mondo mi aveva cambiato. (Cesare Pavese, La luna e i falò, capitolo XIV)

Pavese e l’archeologia del ricordo

Nonostante questo, però, Anguilla cerca ugualmente di rivivere il passato che aveva lasciato, almeno tramite i simboli che ha di esso, alimentandolo con i ricordi collezionati nella sua vita precedente.

Pertanto, è forse utile spostare l’occhio dell’analisi su tutte quelle parti in cui Pavese parla del passato e lo lega, in una maniera o nell’altra, alla Langa, al selvaggio o puramente al paesaggio collinare.

Tracce di panismo in Feria d’agosto: L’estate

In un altro punto di Feria d’agosto, L’estate, racconto fantastico del panismo durante la bella stagione, si racconta di giovani che passano la loro vacanza a gozzovigliare e vivere la vita semplicemente per come avevano l’opportunità di fare.

Nelle loro giornate c’è, ed è molto importante siccome ne sancisce il paesaggio sullo sfondo, la presenza costante della collina, la quale veniva osservata dai giovani ed era quasi il segno del loro legame, era la vista inziale e conclusiva che sanciva l’inizio e la fine della giornata, ciò da cui tutti erano partiti, a cui tutti ritornavano ed a cui il narratore stesso ritorna, nello strappo con il presente:

So che le mie mani e il mio corpo erano divenuti una cosa tenera e viva come appunto le nuvole, l’aria e le colline in quelle sere d’estate. Tutto questo mi fu familiare, e direi quotidiano se il succedersi di quei giorni non mi paresse tuttora illusorio, tanto che a volte l’intera stagione mi riesce, a ripensarci, una sola giornata che vissi in comune: questa giornata era dentro di me, e la compagnia che fu con l’estate le dava un senso e una voce. Quando ci lasciavamo non ci pareva di separarci, ma di andare ad attenderci altrove come a un convegno, come in fondo alle vie scompare e riappare la collina. La vedevamo ogni sera coprirsi d’ombre, e ci piaceva tanto nella sua calma che divenne una delle cose della stanza, divenne parte della finestra e della via. Nella notte breve non scompariva, tant’era vicina. La giornata cominciava e finiva con lei. Mangiavamo la frutta guardandola. Adesso non resta che la collina e la frutta. (Cesare Pavese, L’estate, in Feria d’agosto)

Nonostante l’osservazione conclusiva, che sancisce una perdita confronto al passato, è particolarmente importante qui vedere come la collina fosse l’elemento che faceva da sfondo alle esperienze dei giovani, e come il narratore condensa in una giornata estiva in collina tutta la sua estate vissuta con i propri amici.

Questa aspirazione unitaria, questo sentimento dell’unione che tutto ingloba nel ricordo, risente parecchio della teoria del simbolo e del mito, le quali sono entrambe legate alla dimensione infantile.

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