Le colline delle Langhe viste da Roddi

Pavese & le Langhe: il mito delle colline ed il mito nelle colline – parte 3

Lo strappo temporale che questo risolutivo “allora” produce, cioè quella della distanza tra il passato, permeato di linfa mitica nei ricordi di Anguilla, ed il presente – senza che questo intacchi, comunque, il sentimento che il protagonista prova – riporta ancora una volta l’attenzione alla giovinezza.

A questo punto, sembrerebbe, la riflessione di Pavese può stendersi senza corrugamenti sull’esperienza del ritorno di Anguilla sulle sue colline.

La teoria del mito e la concettualizzazione della “mitopéia”

In questo punto lo scrittore piemontese crea un concetto antropologico, la mitopéia, la quale diventa una solida risorsa a cui fa riferimento nella sua teoria del mito:

da bambini il mondo s’impara a conoscerlo non – come parrebbe – con immediato e originario contatto alle cose, ma attraverso i segni di queste: parole, vignette, racconti. Se si risale un qualunque momento di commozione estatica davanti a qualcosa del mondo si trova che ci commoviamo perché ci siamo già commossi; e ci siamo già commossi perché un giorno qualcosa ci apparve trasfigurato, staccato dal resto, per una parola, una favola, una fantasia che vi si riferiva e lo conteneva.

Al bambino questo segno si fa simbolo, perché naturalmente a quel tempo la fantasia gli giunge come realtà, come conoscenza oggettiva e non come invenzione. (Che l’infanzia sia poetica, è soltanto una fantasia dell’età matura). Ma questo simbolo, nella sua assolutezza, solleva alla sua atmosfera la cosa significata, che col tempo diviene nostra forma immaginativa assoluta.

Tale la mitopéia infantile, e in essa si conferma che le cose si scoprono, si battezzano, soltanto attraverso i ricordi che se ne hanno. Poiché, rigorosamente, non esiste un «veder le cose la prima volta»: quella che conta è sempre una seconda. (Cesare Pavese, Del mito, del simbolo e d’altro, in Feria d’agosto)

In quanto la mitopéia è diversa per ogni persona e si materializza in forme e luoghi diversi, poi,

ognuno di noi possiede una mitologia personale (fievole eco di quell’altra) che dà valore, un valore assoluto, al suo mondo più remoto, e gli riveste povere cose del passato con un ambiguo e seducente lucore dove pare, come in un simbolo, riassumersi il senso di tutta la vita. A questo «temps retrouvé» non manca del mito genuino nemmeno la ripetibilità, la facoltà cioè di reincarnarsi in ripetizioni, che appaiono e sono creazioni ex novo, cosí come la festa ricelebra il mito e insieme lo instaura come se ogni volta fosse la prima. (Cesare Pavese, Del mito, del simbolo e d’altro, in Feria d’agosto)

Poesia, creazione e “mitologia personale”

A proposito di creazioni, Pavese arriva anche a toccare il discorso della scrittura, in particolar modo a riguardo della poesia.

I suoi componimenti, infatti, ed in particolar modo quelli poetici, sono fortemente legati al ricordo o al paesaggio, insomma alle scene di quella “mitologia personale” allestita come una galleria durante l’infanzia, quando la si riempiva di monumenti di memoria.

Molto spesso, poi, questa collezione, impressa nel sé, viene richiamata alla memoria, sancendo così l’estemporaneità del mito, la quale ritorna come una situazione già vissuta:

ritorna il caso della «seconda volta»: noi ammiriamo della realtà soltanto ciò che abbiamo già una volta ammirato. Ma siccome ammirare significa esprimere entro se stessi, il paradosso è risolto accettando che la prima scoperta della realtà ci viene fatta attraverso le espressioni esemplari che di questa realtà si sono date intorno a noi.

Con le quali espressioni si risale a quella volta unica che può estendersi a più momenti assommati nell’esperienza quando si formò entro di noi come il mito di ogni singola figurazione: a quel momento velato in favolosa intemporalità, quando ricevemmo l’impronta che doveva dominare il nostro avvenire secondo i modi appunto del mito. (Cesare Pavese, Stato di grazia, in Feria d’agosto)

Il contatto con questa situazione primigenia permette dunque all’uomo di arrivare alle radici del sé, al compimento dell’operazione illuministica, che diventa qui quasi archeologica, finalizzata alla conoscenza dei propri tratti costitutivi.

La creazione, nella fattispecie quella poetica, sussegue in Pavese pedestremente questa fase, seppure in maniera in un certo senso utopica: essa

cerca sovente di rinverginarsi, ricorrendo al simbolismo, alle memorie dell’infanzia e anche ai miti. Confessa di sentire in queste forme spirituali un’alta tensione immaginativa che le fa gola, e s’illude che per derivare questa tensione nel suo campo basti un atto della volontà. Ricalca le forme del mito e del simbolo, sperando che in esse torni a battere magicamente il cuore. Ma dimentica che essa sa d’inventare, e che il mito vive invece di fede. (Cesare Pavese, Del mito, del simbolo e d’altro, in Feria d’agosto)

Così, Pavese punta a creare immagini mitiche che richiamano il mito di per sé, radicato nel passato ed esperito poiché nella sua aura sublime si crede, ed inizia ad assumere e mettere in pratica queste teorie prima di iniziare la stesura della Luna e i falò.

Il 27 luglio 1949 egli scrive sul diario che “[l]a parola che descrive (echeggia) un rito (azione magica) o un fatto dimenticato o misterioso (evocazione) è la sola arte che m’interessa”, come se volesse trovare il mezzo per poter dipingere letterariamente una conoscenza prima che diventa misura minima delle nuove esperienze, nelle quali ricerca appunto il già conosciuto e le quali sono tali proprio grazie all’apporto di questo.

Come vedremo più avanti, analizzando i motivi che il titolo del romanzo presenta, La luna e i falò rientra senza dubbio sotto l’egida di questo pensiero, dando prova di come Feria d’agosto sia davvero stata una sorta di palestra letteraria per Pavese, contenente in chiave germinativa diversi concetti pronti per essere innestati e fiorire nella coltura di un altro testo.

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