Pavese & le Langhe: fuochi e lune – parte 4

Ritornando a Le feste, comunque, si ritrova un punto di connessione che permette di avvicinare questo racconto a Il mare ed in seguito a La luna e i falò: la funzione narrativa del fuoco e della luna, principessa luminosa e silente della notte collinare, diventano topiche tanto nei due racconti quanto nel romanzo.

Oltre alla già commentata parte del matrimonio in cui il fuoco distrugge la casa degli sposi – i quali non si preoccupano tropo dell’accaduto perché sono forti delle loro promesse riguardo al roseo futuro insieme e come tale intendono festeggiare – anche in Le feste il falò diventa simbolo negativo, di distruzione del microcosmo domestico.

È qui il caso dell’antagonista Roia, personaggio malevolo e subdolo che, offeso dopo il rifiuto di una compravendita con un altro contadino, decide di vendicarsi in maniera decisamente risolutiva:

Io chiesi a Pino se aveva davvero creduto che Roia comprasse quella bestia. Gli dissi che Roia voleva servirsi di lui per entrare in casa, non altro, e che il cavallo voleva poi venderlo, non girare i paesi.

– E adesso Roia dov’è?

Corremmo alla cascina. Il fuoco aveva preso tutta la stalla e non si poteva entrarci. – È Roia che l’ha acceso. (Cesare Pavese, Le feste, in Feria d’agosto)

Il falò come distruzione

Così, anche nella Luna e i falò il fuoco diventa distruttore e spietato devastatore di tutto quello che incontra. Esso è appiccato dall’uomo, il quale sembra quasi chiamare in causa una risorsa atavica, mitica nella sua azione e tanto forte da non poter essere fermata.

L’esempio del romanzo è quello del Valino, il quale, stufo di una vita di stenti, impazzisce e stermina la propria famiglia, appicca il fuoco alla sua cascina e poi si impicca nella sua vigna. Chi racconta questa storia ad Anguilla e Nuto è il figlioletto storpio, Cinto, in cui Anguilla vede la sua infanzia perduta:

Lì per lì non gli credemmo. Diceva che suo padre aveva bruciato la casa. – Proprio lui, figurarsi, – disse Nuto.

– Ha bruciato la casa, – ripeteva Cinto. – Voleva ammazzarmi… Si è impiccato… ha bruciato la casa…

– Avranno rovesciato la lampada, – dissi.

– No no, – gridò Cinto, – ha ammazzato Rosina e la nonna. Voleva ammazzarmi ma non l’ho lasciato… Poi ha dato fuoco alla paglia e mi cercava ancora, ma io avevo il coltello e allora si è impiccato nella vigna…

Cinto ansava, mugolava, era tutto nero e graffiato. S’era seduto nella polvere sui miei piedi, mi stringeva una gamba e ripeteva: – Il papà si è impiccato nella vigna, ha bruciato la casa… anche il manzo. I conigli sono scappati, ma io avevo il coltello… È bruciato tutto, anche il Piola ha visto… (Cesare Pavese, La luna e i falò, capitolo XXVI)

Il falò come tomba

Un altro esempio del fuoco distruttore è quello riguardante la sepoltura pirica di Santina, la quale viene bruciata dopo essere stata giustiziata per tradimento dai partigiani affinché nessuno abusi del suo corpo morto, indifeso ed ancora bellissimo:

Nuto s’era seduto sul muretto e mi guardò col suo occhio testardo. Scosse il capo. – No, Santa no, – disse, non la trovano. Una donna come lei non si poteva coprirla di terra e lasciarla cosí. Faceva ancora gola a troppi. Ci pensò Baracca. Fece tagliare tanto sarmento nella vigna e la coprimmo fin che bastò. Poi ci versammo la benzina e demmo fuoco. A mezzogiorno era tutta cenere. L’altr’anno c’era ancora il segno, come il letto di un falò. (Cesare Pavese, La luna e i falò, capitolo XXXII)

Nell’inaccogliente Langa che risputa fuori dalle proprie membra i corpi dei soldati e dei partigiani morti durante la Resistenza, Anguilla ritrova soltanto il rimasuglio del suo passato, simboleggiato appunto dal letto del falò che resta dopo la cremazione di Santina, avvenuta non a caso in ore notturne (secondo verosimiglianza, in quanto smise di bruciare e “[a] mezzogiorno era tutta cenere”).

Tanto la luna quanto il falò, perciò, si promuovono in questa scena conclusiva a simboli privilegiati del romanzo, emblemi del sacrificio umano e del rituale propiziatorio per l’imbonimento della terra, rappresentando tanto bene sia la mitopéia pavesiana contratta durante le estati in Langa sia un significato ben preciso per il protagonista dell’ultimo romanzo, che deve lasciarsi andare al cambiamento e capire come l’infanzia sia ormai irrecuperabilmente perduta.

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