Pavese & le Langhe: fuochi e lune – parte 2

Come il passo precedentemente citato rende evidente, la condizione infantile è il presupposto per il sentimento mitico del presente.

Per di più, la “luna da vigna” è doppiamente mitica in quanto richiama in causa non solo l’astro, ma anche il luogo su cui questo riflette la propria luce, paragonabile (ma non sovrapponibile) al campo di granturco di cui abbiamo parlato poco sopra.

L’infanzia, la festa, la luna ed i falò

Sempre in Feria d’agosto c’è un punto in cui si presenta un quadretto sicuramente interessante, il quale è non a caso, penso, alla base della Luna e i falò e del meccanismo della memoria che lo contraddistingue.

Il rapporto infanzia-festa-luna-falò è infatti il soggetto del racconto Il mare, in cui i protagonisti sono due ragazzini che decidono di passare la notte di San Giovanni [link notte di San Giovanni] in giro per la collina al fine di ammirare i fuochi attizzati in onore della ricorrenza.

Molto spesso i due rischiano di finire nei guai, ma sono determinati: il loro obiettivo è quello di osservare da vicino un falò e festeggiare, così, come i loro compaesani hanno sempre fatto e sempre continueranno a fare. Come racconta il giovane narratore, infatti,

Tutta la notte di San Giovanni, Gosto era stato in giro per il paese e io non avevo potuto andarci, perché in casa nostra a godere i fuochi si sta sul terrazzo. Gosto mi aspettava sotto, nella strada, e ci mostrammo gridando i falò più lontani e i più grossi. (Cesare Pavese, Il mare, in Feria d’agosto)

Ritrovatisi, i due partono all’avventura, fino a quando arrivano al punto più alto della collina. Lì,

[c]i fermammo a guardare quel vuoto. Laggiù pareva che il vento attizzasse le stelle. – Quanti fuochi stanotte, – disse Gosto, – vuoi che non ci sia un incendio? – Stupido. È Cassinasco. – Ascoltiamo se si sente a gridare -. Si sentivano i grilli. Riprendemmo la strada. Ma Gosto insisteva che laggiù c’era il fuoco . – Voglio vedere un incendio di notte, – borbottò e poi gridò, e si mise a correre. (Cesare Pavese, Il mare, in Feria d’agosto)

L’infanzia ritrovata de Il mare

La trepidazione di Gosto nel voler vedere il falò è quindi tanta, quasi come se la sua giovane età gli avesse già suggerito il peso antropologico, quasi apotropaico, dell’appiccare il fuoco in campagna.

Gosto, e come lui anche il giovane narratore, sembrano essere convinti che partecipare ad un falò o vedere la sublimità di un incendio sia una sorta di rito propiziatorio a cui ogni uomo, per essere tale, deve assistere.

Questo si vede bene quando, arrivati al cospetto di una cascina incendiata durante un matrimonio, i due trovano l’oggetto della loro ricerca proprio a due passi da loro:

Non l’avevo mai visto rosso e agitato cosí. Quando dietro la meliga comparve la colonna di fumo e si senti il crepitio delle fiamme, si mise a muggire facendo il toro. – Il falò! il falò! – gridammo insieme. (Cesare Pavese, Il mare, in Feria d’agosto)

Così, dunque, Il mare sancisce il rapporto del fuoco come simbolo tanto buono quanto cattivo: è decisamente sintomatico il ritrovare la fiamma che arde sia come suggello della festa di San Giovanni sia come incidente, a cui però non tutti fanno gran caso, durante un matrimonio in una cascina.

Insomma: sembra che il fuoco, per quanto terribile distruttore, sia portatore di una sorta di rinascita, un’occasione per lasciarsi alle spalle il vecchio ed iniziare con il nuovo.

La notte di San Giovanni, la luna e i fuochi

In Le feste, anch’esso raccolto in Feria d’agosto, il rapporto del falò e della festa con la luna, esposto al cospetto dell’infanzia, guadagna un collegamento assolutamente stretto:

Venne agosto e, tra il soffoco di giorno e la luna di notte, chi ci pensava più a lavorare. Quest’anno il comune ci aveva promesso i fuochi, e sembravano ragazzi anche i vecchi. Si diceva che i fuochi portano il bel tempo. Io non so, ma se fosse vero li terrebbero pronti tutte le volte che tuona. (Cesare Pavese, Le feste, in Feria d’agosto)

falò di notte – foto di depositphotos

Sempre in ambito paesaggistico collinare, emerge qui come il fuoco non sia soltanto il coronamento della festa, rituale celebrativo che avviene una volta l’anno e che fa fremere d’eccitazione anche gli anziani, riportandoli ai giorni della loro infanzia, ma anche un evento propiziatorio così interpretato dalla sapienza popolare: “[s]i diceva che i fuochi portano bel tempo”.

Di nuovo, dunque, torna in carica la caratterizzazione del falò come simbolo di rinascita, come avvenimento sedimentato nel tempo che si ripete in maniera sempre uguale e per raggiungere lo stesso scopo.

Estremamente ravvicinata ai falò è anche la luna: nell’ultimo romanzo pavesiano si parla proprio di una credenza popolare, appunto riguardante la luna e i falò, i quali assumono un preciso significato in una specifica dimensione rituale, che è ovviamente Nuto, dall’alto della sua sapienza campagnola, ad esplicare ad Anguilla:

– Questa è nuova, – dissi. – Allora credi anche nella luna?

– La luna, – disse Nuto, – bisogna crederci per forza. Prova a tagliare a luna piena un pino, te lo mangiano i vermi. Una tina la devi lavare quando la luna è giovane. Perfino gli innesti, se non si fanno ai primi giorni della luna, non attaccano.

Allora gli dissi che nel mondo ne avevo sentite di storie, ma le più grosse erano queste. Era inutile che trovasse tanto da dire sul governo e sui discorsi dei preti se poi credeva a queste superstizioni come i vecchi di sua nonna. E fu allora che Nuto calmo calmo mi disse che superstizione è soltanto quella che fa del male, e se uno adoperasse la luna e i falò per derubare i contadini e tenerli all’oscuro, allora sarebbe lui l’ignorante e bisognerebbe fucilarlo in piazza. Ma prima di parlare dovevo ridiventare campagnolo. (Cesare Pavese, La luna e i falò, capitolo IX)

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