Pavese & le Langhe: il sogno e il simbolo – parte 2

Ricollegandosi alle Langhe, il simbolo, cioè l’immagine cristallizzata di qualcosa che ha segnato il primo contatto con un luogo (in questo caso) e la prima affezione ad esso, come l’estratto di Feria d’agosto voleva.

Il simbolo, quindi, è costitutivo dell’uomo, ed è quanto innesca, come vedremo più avanti, il mito, proprio come se fosse la miccia utile perché la sua bellezza e la sua aura esplodano in tutto il loro splendore. Tutto questo si può osservare chiaramente in un pensiero del diario di Pavese, risalente all’estate del 1948:

Il ricordo di un vertice toccato in passato – il prato di margherite, che era tutta la natura per la tua infanzia – ti commuove oggi cosí a fondo perché riesce simbolo di una grande esperienza, di tutta quella somma infinita di possibili esperienze che s’annunciava nel vertice di allora.

Tu godi adesso, ricordandolo, un simbolo di tutte le possibilità esperienze, respiri l’atmosfera di vertice, e ciò che fai agevolmente, data la comprensibilità e disponibilità di questo piccolo ricordo. Simbolo significa questo. Oggettivarsi davanti come in un cannocchiale rovesciato un vasto paesaggio; disporne come di cosa tutta posseduta e implicitamente allusiva di infinite possibilità. (Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, 26 giugno 1948)

In un’altra prosa di Feria d’agosto, Stato di grazia, anch’essa centrale per la teoria del simbolo, Pavese esplicita la ripetizione incessante dell’immagine, specificando come da questa derivi un particolare stato ebbrezza, appunto lo “stato di grazia” che dà il nome al componimento:

Sappiamo che in noi l’immagine inaspettata non ha avuto inizio: dunque la scelta è avvenuta di là dalla nostra coscienza, di là dai nostri giorni e concetti; essa si ripete ogni volta, sul piano dell’essere, per grazia, per ispirazione, per estasi insomma. (Cesare Pavese, Stato di grazia, in Feria d’agosto)

Ripetizione ed istintività

Presentandosi davanti ad un osservatore, dunque, un’immagine è sì inaspettata, ma mai veramente originaria: ogni volta accade a chi osserva di vedere le cose che si ripetono “ogni volta” secondo modi e usi sconosciuti al periodo della maturità, ma estremamente familiari ed anzi originari del periodo infantile, lo stesso che permetteva la conoscenza “per grazia, per ispirazione, per estasi”.

Questa sensazione, che sembra quasi essere in grado di mozzare il fiato dell’uomo, è indubbiamente collegata al piano dell’“istintivo”, dal quale parte in seguito il veloce guizzo dell’immagine mitica, rapido ed inspiegabile, incontrollabile.

Questo istinto, allora, è il mondo dell’immediato, della ripetizione dell’episodio della conoscenza: secondo l’esempio pratico, il bambino vede nella sua infanzia un’immagine, questa lo colpisce e si imprime nella sua mente, guadagna una carica di forza soggettiva, diventa simbolo e tale si rivela, richiamando alla sua condizione originale, quando si ripresenta davanti al bambino ormai divenuto adulto.

Il passo, a questo punto, che porta dalla teoria del simbolo alla teoria del mito è estremamente breve, tant’è che su questa via Pavese cambia rotta e passa alla seconda occupazione in maniera netta, quasi fredda, come se le sue parole fossero impregnate di rigore scientifico:

Questi simboli del nostro essere sono altro dall’ « ideale di vita», che qualcuno potrebbe scorgervi. Tutti ci facciamo immagini, favole, di una vita quale ci piacerebbe condurre e non sempre le proiettiamo sul futuro: sovente vagheggiamo esperienze trascorse, contentandoci  appunto di vagheggiarle. Ma non bisogna scambiare questi commossi programmi d’attività, sia pure contemplativa, coi mitici simboli della nostra perenne, assoluta realtà. (Cesare Pavese, Stato di grazia, in Feria d’agosto)

Insomma: tra simbolo e mito esiste un divario, per quanto entrambi siano fortemente e saldamente ancorati alla realtà quotidiana dell’uomo, della quale fa anche parte l’“ideale di vita”, un’anticipazione del futuro che non va scambiata però né con l’uno né con l’altro. Del mito, però, vedremo più avanti: la sua portata è talmente ampia che la sua teorizzazione e le relazioni ad essa collegate meritano molto più spazio.

Il riscontro con La luna e i falò

È presente, nella Luna e i falò, un passo che materializza molto bene la teoria in questione, legata alla concezione dell’immagine e del simbolo.

Gli elementi costitutivi di questo estratto, che potrebbe essere usati per dimostrare l’applicazione pratica della riflessione pavesiana, si basano sulla ripetizione dei simboli infantili, già immagazzinati durante l’infanzia, la quale va a formare la sorgente mitica dove si conosce il mondo per come lo si riconosce nel momento presente, ritornando quindi al debito che si ha verso l’immagazzinamento del passato. Così, Anguilla, guidato da un virgiliano Nuto, ritorna a Gaminella, il luogo principe della sua infanzia:

Allora partimmo, e lui si mise avanti per i sentieri delle vigne. Riconoscevo la terra bianca, secca; l’erba schiacciata, scivolosa dei sentieri; e quell’odore rasposo di collina e di vigna, che sa già di vendemmia sotto il sole. C’erano in cielo delle lunghe strisce di vento, bave bianche, che parevano la colata che si vede di notte nel buio dietro le stelle. Io pensavo che domani sarei stato in viale Corsica e mi accorgevo in quel momento che anche il mare è venato con le righe delle correnti, e che da bambino guardando le nuvole e la strada delle stelle, senza saperlo avevo già cominciato i miei viaggi. (La luna e i falò, capitolo XXXI)

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