La trebbiatura

Pranzo della trebbiatura

Rispettando precise regole economiche, ogni famiglia di contadini aveva il suo campo di grano. A fine giugno si organizzavano le squadre di mietitori che, armate di falce, aprivano la sequenza delle fatiche finali che sarebbero culminate con la trebbiatura.

La trebbiaturaI covoni di frumento, ordinati in mucchi a croce (capale e capalòt) fra le stoppie dei campi, attendevano l’arrivo della macchina da bate, quella trebbiatrice lunga e infernale che trovava spazio soltanto negli ampi cortili in comunione delle borgate e dei cascinali. In paese, vuoi per l’esiguità delle corti, vuoi per la strettezza delle stradine, la trebbiatrice s’installava nella piazza dei fossati e lì rimaneva per giorni e giorni, ronfando continuamente, con piccole soste notturne per il breve riposo dei paiarin (gli uomini addetti alla macchina il cui nome, però, deriva da paglia).

Nell’aria calda e afosa di luglio nugoli di polvere e di pula urticante colpivano gli uomini che gettavano, dall’alto delle borle (pagliai di messe), i covoni gonfi di spighe nella pancia della trebbiatrice, oppure allontanavano dall’imballatore le balle quadrate di paglia (balòt). Vicino al trattore a testa calda s’allineavano i sacchi colmi di chicchi di frumento tenuti sotto controllo dallo sguardo vigile del padrone della messe.

 

La grande fatica e la gioia del pane assicurato per l’anno a venire dovevano essere lautamente ricompensati e festeggiati con un pranzo fresco, sostanzioso e non pesante, perché i paiarin dovevano riprendere il lavoro e i contadini aiutare il vicino. Già alla vigilia le donne di casa preparavano i pomodori ripieni e il dolce; l’orto era prodigo di verdure e nel pollaio la gallina predestinata attendeva da giorni la sua fine.

In questo disné ‘d bate ‘l gran, meno frugale dell’originale, propongo alcuni piatti della memoria. In apertura, i caponét e la lingua in giardino, serviti entrambi tiepidi; poi la minestra ‘d bate ‘l gran assolutamente necessaria per pulire la gola arrossata dalle polveri della trebbiatura; di seguito il pollo alla Marengo. Vivande di cui rimangono labili tracce. Si prosegue ancora col coniglio di Ginòta e si chiude col bonèt e le pesche ripiene.E’ un menu, credo, di grande rispetto che esige vini di grande levatura. Con gli antipasti propongo il Freisa delle Langhe vivace e un po’ di Frizzantino. Poi gli altri classici vini rossi di Langa e il Moscato d’Asti coi dolci.

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