Cesare Pavese, vita e opere

Cesare Pavese nasce a Santo Stefano Belbo il 9 settembre 1908, da genitori benestanti residenti, e sin da piccolo sviluppa un forte legame con l’ambiente langarolo, larario di presenze, credenze e sapienze che si insinuerà in lui nel profondo, fino dentro alle ossa, e che si troverà poi riflesso nel carattere serio, quasi austero, della sua maturità.

“Ripeness is all”

È però con la morte del padre, nel 1914, che vengono a decretarsi l’abbandono di Santo Stefano ed il successivo spostamento a Torino.

Agli occhi del giovane Cesare si apre un lauto ventaglio di opportunità: la grande città, molto diversa dal paesino in collina, lo cresce con la sua delicata ed elegante geometria, insegnandogli a muovere i primi passi nel mondo culturale con la sicura compostezza sabauda.

Tra Torino e Santo Stefano

Compie gli studi al Liceo D’Azeglio, indirizzo classico dopo la passerella dallo scientifico; questi anni gli garantiscono una formazione principalmente letteraria, sotto la guida di professori come Augusto Monti, padre spirituale e fervente classicista di fama nazionale nel XX secolo.

Il Liceo Massimo d'Azeglio a Torino

Il Liceo Massimo d’Azeglio a Torino

Se una metà dell’anno viene spesa entro le mura scolastiche, a ritmo di libri ed educazione umanistica, l’altra metà si tinteggia del colore estivo delle colline: sono frequenti i ritorni nel cuneese, durante i quali si affeziona sempre di più all’amico Pinolo Scaglione, che rimarrà un suo punto di riferimento per tutta la vita, durante i ritorni in collina.

Maturità raggiunta

Torino, inoltre, è anche la città della sua alma mater studiorum: nel 1930 termina gli studi laureandosi in Lettere, con una tesi sul poeta americano Walt Whitman, di cui cura un’interpretazione. Durante l’università, Pavese si affeziona incredibilmente ai libri, facendo della lettura il pane quotidiano della sua vita. La tesi anticipa i grandi nodi del futuro: la passione per la lingua inglese (e americana), la traduzione, la maturità e la criticità che gli torneranno utili nella mansione di consulente ed editor presso la Giulio Einaudi Editore, nata nel 1933.

In questi anni veste in svariate occasioni i panni del traduttore (per cui è da ricordare almeno la resa del Moby Dick di Melville, nel 1930), ma sfrutta la laurea per insegnare inglese ed italiano; gli vengono affidati incarichi in diversi licei piemontesi, tra cui Torino (allo stesso D’Azeglio), Bra, Vercelli e Saluzzo.

L’attività all’Einaudi e il confino

L’Einaudi a Roma

Alla casa editrice approda poi nel 1934, accedendo a quella che sarebbe stata una promessa nascente nel mondo di un’editoria allora fervida, ma poi azzoppata dall’incursione del regime fascista.

Figura eclettica, tanto schiva nel personale quanto aperta al sapere in generale, all’Einaudi il giovane Pavese può sviluppare i suoi interessi in tantissime direzioni, tra le quali predilige particolarmente etnologia ed antropologia. Compone anche le poesie di Lavorare stanca, che verranno poi pubblicate nel 1936.

Nel 1935, però, viene accusato di attività antifascista e forzato al confino a Brancaleone Calabro per sette mesi; lì continua a scrivere, anche e soprattutto riflessioni personali, componendo le pagine che un giorno sarebbero diventate il diario pubblicato postumo, il Mestiere di vivere, suo lascito più intimo e suo emblema.

Scrittore, lettore, editore

Anche come scrittore Pavese si dimostra eclettico: la sua penna spazia tra più generi letterari, dalla diaristica alla saggistica, dalla poesia all’epistola, dal racconto al romanzo: Paesi tuoi e La spiaggia, pubblicati nel 1941, sono i primi della lista.

Ma la guerra imperversa, e Pavese si ritrova stretto tra le grinfie della Storia: tra l’autunno del 1943 e la primavera del 1945, per nascondersi dai fascisti, ritorna sulle Langhe, tra Serralunga di Crea e Casale Monferrato, dove compie importanti letture i cui temi si rifletteranno nella più prossima produzione.

Tornato poi a Torino, continua il lavoro all’Einaudi e incontra nuovamente Fernanda Pivano, sua ex-allieva al D’Azeglio e allora universitaria: iniziano così le sue liaisons dangereuses con il mondo femminile, in cui non avrà mai successo fino in fondo.

Ma il lavoro all’Einaudi non gli dà tregua, anche e soprattutto perché è lui ad impegnarsi ardentemente e a farsene grande carico, spendendosi giorno dopo giorno tra manoscritti e scrivanie anche nei giorni della Seconda Guerra Mondiale. Giulio Einaudi, nel ’45, gli chiede di spostarsi a Roma per dirigere la succursale della casa editrice: Pavese ne è colonna portante e principale promotore in questo periodo, durante il quale conoscerà altre femmes fatales quali Bianca Garufi e le sorelle attrici Doris e Constance Dowling.

L’ultimo Pavese

Dal ’46 al ’49 l’attività di scrittore è febbrile: i passi del Mestiere di vivere sono sempre più densi, l’attività all’Einaudi continua proficuamente e così anche le poesie, i romanzi e i racconti: spiccano, tra gli altri, Feria d’agosto (1946), La terra e la morte (1947), La bella estate (Premio Strega nel 1949).

Ed anche un nuovo genere, a cui dedica un libro intero: i Dialoghi con Leucò (1947), frutto di un complicato ed intimo travaglio interiore in bilico tra mito e dio, nonché suo scritto più sentito. Infine, il suo amore per le Langhe, insieme ai temi su cui aveva riflesso in Feria d’agosto, viene suggellato da La luna e i falò (1950), suo ultimo e più famoso romanzo.

Questo periodo, poi, è fortemente tormentato dal rifiuto di Constance Dowling, che acuisce lo stato depressivo in cui Pavese, nonostante la vita movimentata e piena di successi, era piombato inesorabilmente. Nell’agosto del ’50 arriva così all’irreversibile gesto, facendola finita in un albergo torinese nei pressi di Porta Nuova. Tutto ciò che lascia, in una copia dei Dialoghi, suo libro più amato, è un pensiero indirizzato ad ognuno che prima dell’elegante firma recita così:

 

Perdono tutti e
a tutti chiedo perdono.
Va bene?
Non fate troppi
pettegolezzi.

Cesare Pavese
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